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L’inglese è già qualcosa

di Claudio Giunta

[Domenicale del Sole 24 ore, 23 giugno 2013]

C’erano una volta i pamphlet politico-culturali in cui in cento pagine lo scrivente metteva a posto il mondo: la scuola così, le istituzioni cosà, qui una riforma, là una rivoluzione. Erano quasi sempre esercizi patetici: di solito lo scrivente era un laureato in lettere che non avrebbe saputo amministrare il suo ménage famigliare, figuriamoci una nazione. Oggi mi pare che si stia cadendo nell'eccesso opposto: siamo tutti consapevoli che le cose sono difficili, che i problemi sono complicati, che le risposte semplici sono risposte fasulle, e così si scrive non per proporre soluzioni ma per constatare che le cose sono difficili, che i problemi sono complicati e che le risposte semplici sono risposte fasulle. In particolare, continuo a leggere libri sulla scuola, l’università e, in generale, la comunicazione della cultura in cui ‘si fa il punto della situazione’ e si dice che le cose non vanno per niente bene; suggerimenti su cosa fare, però, quasi nessuno – suggerimenti, intendo, un po’ più concreti di quelli dettati dalla sublime retorica patria: ‘difendere il diritto allo studio’, ‘premiare i meritevoli’, ‘non lasciare indietro nessuno’, ‘aprirsi al confronto con l’Europa’ e via discorrendo.

L’inglese non basta di Maria Luisa Villa è un opuscolo che tocca alcune questioni cruciali per l’istruzione: il predominio dell’inglese nelle università e nei centri di ricerca internazionali, il ruolo della scienza nella sfera pubblica e nel pubblico dibattito, la comunicazione della ricerca accademica attraverso le riviste. Le tocca, e per ognuna offre una buona base d’informazioni, ma su quello che bisognerebbe fare uno alla fine ne sa quanto ne sapeva prima. Il tono è più o meno sempre questo: «La partita è aperta, le polemiche [...] sono molto vivaci e il futuro è ancora tutto da scrivere».

Che fare, dunque? Per punti.

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