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Che cosa studiare? Che cosa non studiare?

di Claudio Giunta

[Supplemento culturale del Sole 24 ore, 1 aprile 2012]

Un mattino, a Reykjavík, faccio colazione con Marco Bancale, 37 anni, bolognese, in Islanda dal 2006. Marco mi racconta dell’industria dei videogiochi in Islanda: c’è la CCPGames, l’azienda che ha creato Eve online (vedi il Domenicale del 10 luglio, p. 2), unica e inarrivabile per dimensioni, fama, introiti; ma poi c’è una decina di altre aziende concorrenti, solo più piccole. Dato che l’Islanda è abitata da… (fate questo test con gli amici, chiedetelo a loro: nessuno indovinerà che gli abitanti dell’Islanda sono così pochi) 320 mila persone, dieci aziende è un numero quasi incredibile, il risultato di rare condizioni tutte favorevoli: la diffusione della rete nel nord Europa, buoni corsi di informatica all’università, i fiumi di denaro – anche preso in prestito all’estero e mai restituito – che hanno inondato l’Islanda prima del 2008 (fiumi che stanno tornando a scorrere: avverto che il momento per una visita è ora, perché presto sarà tutto di nuovo intollerabilmente caro).

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