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Volevo ringraziare

di Claudio Giunta

Il Foglio, 2 maggio 2020

Adesso che non è ancora finita ma si intravede la fine – il 4 maggio, l’estate, soprattutto la riapertura dei bar e dei ristoranti – o almeno un addolcimento della clausura, adesso è il momento dei ringraziamenti. No, non per il «personale sanitario». Bisogna ringraziare chi o cosa in queste settimane ci ha aiutato a vincere la noia o ci ha messo allegria, o persino ci ha fatto diventare più saggi (resistere, come si sente dire in giro, è un po’ troppo, perché si è trattato più che altro di non fare niente). Ci si lamentava, prima del lockdown, dell’invadenza del mondo, del suo chiasso insopportabile, e con ottime ragioni; ma in questo mese e mezzo certe invasioni, certe voci che venivano da fuori sono state un conforto. Ma prima dei ringraziamenti un paio di non-ringraziamenti. La TV ha fatto pena, in generale. Il meglio sono stati i canali tematici, in particolare quelli in cui gli unici esseri umani che si vedono sono attori per lo più morti. Da qualche parte c’era sempre un film di Totò, come succede d’estate; e a un certo punto, nella settimana prima di Pasqua, il clima ha cominciato a diventare veramente estivo, e col fatto che non si andava a lavorare l’illusione è diventata perfetta: Totò, Peppino e la malafemmina una domenica d’agosto, anche se era un martedì d’inizio aprile. Medaglia al valore soprattutto al canale 34 di Mediaset, che ha trasmesso a ciclo continuo film neri tipo Napoli spara o Il cittadino si difende e film semiporno con la Fenech, anche all’ora di pranzo: cose che da adolescenti, trent’anni fa, ci avrebbero fatto piangere di gratitudine. Invece sui canali dall’1 al 9 è stata una cosa da chiudersi gli occhi con le mani. Lo è sempre, si sa: ma in realtà non lo si sa se si sta fuori di casa per gran parte della giornata; e del resto si poteva sperare che con un pubblico di sessanta milioni di italiani, e per una volta non solo di pensionati inerti, si sarebbero fatti dei tentativi, si sarebbe inventato qualcosa, non Beckett in prima serata ma qualcosa di intelligente sì: qualche buon film girato prima del 2000, qualche documentario non ovvio, anche qualche fondo di magazzino ben valorizzato, insomma qualcosa di nuovo che fosse adeguato alla novità della situazione. Invece si è andati avanti soprattutto con programmi registrati «prima del DCPM del 4 marzo 2020», giochi tipo I soliti ignoti o Guess My Age, o comicità esausta tipo Crozza. Anche i talk-show potevano essere ripensati un po’ meglio, dato che la provvida sventura ha eliminato il pubblico in studio plaudente, invece niente: colpa non tanto degli ospiti inadeguati, come si dice di solito, quanto dei conduttori in studio, e in realtà colpa del format che li costringe ad andare in TV un giorno sì e uno no a parlare e far parlare di argomenti su cui servirebbero settimane di studio: solo che non c’è tempo, e in realtà non c’è neanche un pubblico che chieda competenza, è solo entertainment. Il MES l’abbiamo voluto anche noi oppure no? L’Olanda è tra i fondatori della CEE oppure no? Dipende, ognuno ha diritto alla sua infondata opinione. Conseguenza: approssimazione su tutto, sfondoni, e insomma quella miscela fecale d’ignoranza e indignazione morale che ha prodotto il Movimento 5 stelle. C’era più tempo, si sono letti più giornali, se ne sono comprati un paio al giorno, quattro nel week-end. Nel complesso, a colpire non è la qualità buona o cattiva dei singoli pezzi, ce ne sono anche di ottimi, un po’ ovunque; a colpire è la cattiva qualità dell’insieme: i titoli puerilmente enfatici, gli occhielli tirati via, i virgolettati inventati, la sciatteria della scrittura, gli errori di fatto, le troppe pagine riempite di niente, gli intellettuali anticapitalisti laureati in Filosofia che pontificano su cose che ignorano perché devono scrivere il loro pezzo settimanale come da contratto. Ecco un tramonto per cui è bastato lo spazio di una vita, anzi di mezza vita: se il Coronavirus fosse arrivato trent’anni fa mi sarei barricato in casa con TV e giornali, mentre adesso TV e giornali sono stati quasi irrilevanti. Perciò il primo ringraziamento – oltre che a questo giornale – va alla buona informazione online: il Post, Linkiesta, le newsletter americane di Francesco Costa. E naturalmente ai giornali stranieri, in particolare «The Atlantic» e il «New York Times» (le foto di Bergamo!). Grazie soprattutto a chi ha inventato l’applicazione Pocket. Poi. Grazie ai libri, alla letteratura? Certo, ma in verità i libri sono stati meno cruciali di quanto uno potesse pensare all’inizio, meno salvifici, forse perché non era stagione di vacanze, mettersi sul divano a leggere non veniva naturale, sembrava tempo sottratto al lavoro: tempo che poi si è passato soprattutto su YouTube o guardando Totò su Rai Movie. Io ho letto molto Sciascia perché è uscito il terzo volume delle Opere per Adelphi, e devo dire che l’ammirazione non diminuisce col passare del tempo, semmai si ri-orienta su libri che prima uno aveva sottovalutato (per esempio Candido), mentre altri (le inchieste su Roussel, su Majorana, ma anche L’affaire Moro) sembrano invecchiati meno bene. Ho riletto I promessi sposi perché parlano della peste e L’idiota di Dostoevskij perché un paio di amici molto diversi da me e tra loro lo stavano rileggendo, così ho detto perché no. Non mi sono pentito: I promessi sposi, a parte tutte le altre virtù, è uno di quei libri nei quali a ogni riga traspare la forza di un’intelligenza superiore, e di una superiore conoscenza degli esseri umani: sia presi in quiete, quando le cose vanno più o meno per il loro verso, sia presi nel momento della crisi, quando don Rodrigo o la peste imperversano; e dall’altra parte cosa si vuole di più, per scaldarsi il cuore in un momento come questo, della bontà assoluta del principe Myškin? Ho anche ri-ri-riletto, ma per lavoro, la Commedia di Dante, e devo ammettere che la fatica ha superato il piacere. Già. Nel momento più nero mi sono anche rimesso a tradurre le poesie di Larkin (è il mio progetto per la pensione, ma questo non è stato dopotutto un assaggio di pensione?), e alla fine il nero del Coronavirus e il nero della visione del mondo di Larkin, combinandosi, hanno miracolosamente prodotto una specie di placida catarsi. Tra le altre poesie, ho tradotto Money, che copio qui sotto, come bonus, perché evoca un’immagine d’isolamento e amara contemplazione abbastanza adatta ai nostri giorni (nell’originale ci sono le rime, che in italiano non vengono: su YouTube c’è un video con Larkin che la legge):
Ogni tre mesi, sì, i soldi mi rimproverano: «Perché ci lasci posati qui a far niente? Siamo la tua quota mai riscossa di lusso e di sesso. Puoi ancora averli, basta firmare qualche assegno». Allora guardo gli altri, quel che fanno coi loro soldi: Oh, loro davvero non se li tengono in tasca! A quest’ora hanno una seconda casa, e un’auto, e una moglie: È chiaro che i soldi hanno qualcosa a che fare con la vita – In effetti, hanno un mucchio in comune, se fai attenzione: Non puoi rimandare l’essere giovane all’età della pensione, E per quanto tu ti riempia il conto in banca, i soldi che risparmi Alla fine basteranno appena a pagarti il barbiere. Sento i soldi che cantano. E come guardare giù Da un’alta porta-finestra una città di provincia, I bassifondi, il canale, le chiese barocche e folli Nel sole della sera. È intensamente triste.
Sentiti ringraziamenti a internet, in generale. Sono ancora dell’idea che staremmo tutti meglio se non esistesse, se nei primi anni Novanta alla domanda «volete voi un sistema che permetta di mettere in comunicazione tutto con tutto alla velocità della luce e praticamente gratis» avessimo risposto «no». Ma esiste, e con un po’ di fatica la si può usare, la si è usata, anche virtuosamente. Grazie in particolare a quelli che mi hanno fatto ridere: l’ultimo spettacolo di Louis CK scaricato dal suo sito, @TheTweetofGod su Twitter, Valerio Lundini su Instagram, lo Sgargabonzi su Facebook (quasi ogni giorno al risveglio sapevo di poter trovare un suo post nuovo, ed è stato una consolazione, uno stimolo ad alzarmi dal letto); e grazie alle persone e ai siti da cui ho imparato delle cose, per esempio la Biblioteca Gino Bianco, con quella sterminata collezione di riviste del Novecento; e doppi ringraziamenti per chi mi ha insegnato cose che ignoro del tutto come l’economia (Michele Boldrin e gli altri di NoisefromAmerika, con le video-conversazioni su YouTube). Poi, sempre in internet, i video di fitness. Niente mai sostituirà la mia adorata palestra Ricciardi, Borgo Pinti 75 Firenze, ma nell’attesa della riapertura sono molto in debito con Heather Robertson per il suo Full Body Workout senza attrezzi e con gli ignoti benefattori che hanno rimixato i Tabata Songs da quattro minuti. Ma la gratitudine che provo per tutto questo, per tutti questi presi in blocco arriva appena ad eguagliare la gratitudine anzi la devozione che provo per Radio Deejay e in particolare, nel palinsesto di Radio Deejay, per Deejay chiama Italia con Linus e Nicola Savino, dalle 10 alle 12 di ogni giorno feriale, con qualche supplemento domenicale fuori programma (perché a un certo punto si sono convinti che la loro trasmissione era una specie di servizio pubblico, e bisognava santificare anche la domenica col lavoro: sottoscrivo). Loro due hanno continuato a fare quello che fanno di solito egregiamente, hanno messo dischi e parlato con allegria del più e del meno, ma è chiaro che il compito è stato molto più arduo, perché hanno dovuto farci sorridere trasmettendo dalla città, Milano, in cui le cose sono andate peggio: la loro città. In queste settimane abbiamo fatto in tanti esercizio di monologo su Zoom o Meet, e chi insegna ha capito quant’è difficile restare concentrati quando si parla a un pubblico che non si vede, quante volte si rischia di perdere il filo, di balbettare. Tanto più è cresciuta, in me, l’ammirazione per chi, come loro, non sbaglia mai. Ma la tecnica non è poi così importante, la bravura tecnica ce la si aspetta; quello che uno non si aspetta – tra le 10 e le 12, su una radio privata – è la sensatezza dei ragionamenti, l’umorismo, l’umanità nel rapporto col pubblico e con gli ospiti, un repertorio di virtù che non si dà altrove nello show-business italiano (viene in mente semmai il tocco perfetto di Letterman: salvo che a Linus e Nicola nessuno scrive i testi), virtù che nella solitudine di queste settimane mi sono sembrate ancora più preziose, vitali addirittura. Non basta. Consumato dal bisogno di fare, e costretto in casa, Nicola si è inventato anche un DJ set trasmesso su Instagram dal suo soggiorno all’ora dell’aperitivo, o appena prima (18.30-19.15), con mezzi di fortuna. Si è scoperta qualche nuova canzone allegra (Geometria polisentimentale della Badante), si è verificato che Max Pezzali (era in programma un concerto a San Siro, ovviamente cancellato) è con Vasco Rossi, per i 40-50enni attuali, il cantante della vita. Sullo sfondo ballava, molto bene, con molto spirito, la giovane signora Manuela Suma in Savino (highlights, l’imitazione delle ragazze di Non è la Rai). Gli uomini sono esseri mirabili.