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Il mondo è quel che è. Una nuova lettura del Decameron

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 28 maggio 2017

The world is what it is. È la prima frase di Sull’ansa del fiume di Naipaul nonché il titolo della sua autobiografia (le frasi successive non sono meno memorabili: «Uomini che non sono niente, che concedono a se stessi di non diventare niente, non hanno posto nel mondo»). Il mondo è quel che è: la maturità consiste nel fare esperienza di questo semplice fatto, e nell’accettarlo. O no? Arrivato a quarant’anni, Dante Alighieri rifiutò questo genere di saggezza e si mise a scrivere un libro in cui spiegava come il mondo avrebbe dovuto essere e come, anche attraverso la sua opera, sarebbe diventato: dall’inizio alla fine, la Commedia è un anatema sul mondo come è e una predica sul mondo come dovrebbe essere. Nato mezzo secolo dopo Dante, Giovanni Boccaccio è invece l’uomo del mondo come è, l’uomo che accetta, anzi che si perde gioiosamente nelle infinite pieghe della realtà, e con i frutti di questa esplorazione crea il suo capolavoro, il Decameron. Elsa Morante diceva (prendo la citazione da un suo libro di recensioni cinematografiche appena uscito da Einaudi, La vita nel suo movimento) che «la realtà della vita non consiste nella povera convenzione del tempo e dello spazio in cui si muove la nostra singola esistenza individuale; ma nella ragione ultima delle cose, fuori dallo spazio e dal tempo e da ogni individuale interesse pratico». Ecco, Boccaccio la pensa esattamente all’opposto: non c’è una «ragione ultima delle cose», o se c’è non tocca a lui raccontarla, e non c’è nessuna verità che ci aspetti una volta superati i confini della «nostra singola esistenza individuale». Saper narrare non significa più saper imbastire storie fantastiche o storielle morali, o scrivere la propria autobiografia, ma saper raccontare realisticamente le vite degli altri. Non è una piccola rivoluzione, nella letteratura europea del Medioevo, e non è facile spiegarla: perché il Decameron non è una cosa sola, ma tante insieme, mancandogli l’unità d’azione che si trova invece in altri grandi libri medievali come i romanzi di gesta o i romanzi cavallereschi; e perché il Decameron è una ‘scrittura dell’io’ alquanto atipica: l’io c’è, governa il racconto soprattutto attraverso la cornice, e in questo spazio interviene anche direttamente con riflessioni e ragionamenti; ma la sua voce è solo una delle tante che s’intrecciano nella trama. Dire ‘Dante pensa che’, leggendo la Commedia, è quasi sempre possibile e legittimo; dire ‘Boccaccio pensa che’, leggendo il Decameron, è spesso un azzardo, perché c’è il rischio di scambiare la sua visione del mondo non solo con quella dei suoi personaggi ma anche con quella dei racconti tradizionali dai quali molti dei suoi personaggi sono mutuati. Conclusione: scrivere un libro di sintesi sul Decameron, un libro che non annoi e che non sia una catena di riassuntini, è molto difficile. Francesco Bausi (Leggere il «Decameron», Il Mulino) ci è riuscito perfettamente, e la cosa desta tanta più ammirazione dal momento Boccaccio non è un autore su cui Bausi avesse pubblicato molto, in passato, non è un ‘suo’ autore come Machiavelli o Pico, e dal momento che solo pochi mesi fa erano uscite a sua cura l’edizione critica delle Stanze per la giostra di Poliziano e del Ciceroniano di Erasmo. Non si capisce quando dorma. Come, secondo Bausi, non bisogna leggere il Decameron? Come lo si legge spesso a scuola, o nelle riduzioni cinematografiche, cioè come collezione di novelle, come meraviglioso repertorio di storie meravigliosamente raccontate. Il Decameron è anche questo, naturalmente, ma – osserva Bausi – non si capisce il libro se non si sa vedere, sotto questa varietà, la persistenza di alcune fondamentali idee e intenzioni d’autore, idee e intenzioni che si manifestano anche attraverso la struttura del libro, ovvero l’ordine secondo il quale vi si succedono le novelle. «È difficile – scrive – negare l’esistenza di una struttura ascensionale nel Decameron, o, se si preferisce, di un percorso che conduce dal male al bene, dal disordine all’ordine, dallo smarrimento alla riconquista della saldezza morale». In questo percorso, l’epidemia di peste narrata nell’introduzione alla prima giornata, l’epidemia che è la ragione per la quale i dieci giovani della brigata si ritirano in campagna (una ragione che però non verrà più evocata nel corso del libro), assume un ruolo simbolico: «la peste del Decameron è anche una grandiosa allegoria del degrado morale dell’uomo peccatore e insieme della crisi di un’intera civiltà, quella del tardo Medioevo e in particolare dell’Italia comunale, consumata dalle tre “faville” di cui parla Ciacco nel canto VI dell’Inferno (superbia, invidia e avarizia)». A sua volta, tale declinazione allegorica giustifica il paragone con modelli altissimi: il Decameron, scrive Bausi, «intende presentarsi al tempo stesso come storia della rifondazione del mondo dopo il caos (una sorta di nuovo Genesi, dunque) e come storia di formazione che attraverso l’esperienza del male conduce i dieci novellatori, e il lettore, verso la virtù (al pari, fatte le debite differenze di genere, della Commedia)». E più avanti nel saggio, sempre ragionando sulla struttura ‘ascensionale’ del libro, e sul suo spirito parenetico, si propone un paragone analogo col Canzoniere di Petrarca: «oltre a quanto già ricordato (l’affinità tra il Proemio del Decameron e il primo sonetto del Canzoniere, e l’importanza dell’idea di libro), bisogna porre attenzione alla prospettiva morale che accomuna le due opere». Io non sono interamente persuaso da questa proiezione del piano letterale sul piano morale che nel saggio di Bausi ispira tanto l’interpretazione complessiva del libro quanto la lettura puntuale di certi passi: non sono sicuro che si possa dire (quanto all’interpretazione complessiva) che Boccaccio attribuisce «una sacralità davvero religiosa alla missione dei giovani della brigata, che si sobbarcano il compito di additare agli uomini la via per rifondare, sulla via della ragione, della virtù e della fede, la convivenza civile e la vita associata»; e non sono sicuro (quanto alle letture puntuali) che sia vero che il lusso e la pulizia delle mense apparecchiate nella «sala terrena» della villa alludano all’«urgenza di pulizia morale che anima la brigata, in contrapposizione alle brutture materiali e morali della città». Qui forse il desiderio di trovare un nucleo concettuale unitario a un libro così evidentemente composito ha comportato qualche forzatura, qualche eccesso di sistematicità. O forse no. Personalmente, forse anche per reazione a certe moderne interpretazioni troppo dense di cultura e di implicazioni intertestuali, ho sempre pensato al Decameron – uso sempre le parole di Bausi, che questa prospettiva non la condivide – come a un’«opera priva di profondi significati e di finalità didattico-morali […] all’insegna di un sostanziale agnosticismo e relativismo etico-religioso»; un’opera insomma, in mezzo a tanti visionari e a tanti moralisti, salutarmente scevra di ‘visione del mondo’. Bausi prende le distanze da questa lettura disimpegnata, e la quantità e l’intelligenza delle sue osservazioni sono tali da far riflettere anche chi come me sulla cosa pensava di aver riflettuto a sufficienza. Ma al di là di questa questione di fondo, Leggere il «Decameron» è pieno, a ogni pagina, di osservazioni interessanti tanto sul libro (per esempio sulle sue venature anti-cortesi: p. 80) quanto sulla storia della sua interpretazione (per esempio i giusti, documentati dubbi sulla lettura del Decameron come ‘epopea dei mercanti’, o su Boccaccio ‘teorico della novella’: pp. 68 e 132) quanto sulla civiltà medievale (per esempio il passo in cui Bausi ragiona sulla facilità con cui gli uomini del Medioevo cedevano al pianto: p. 165); e tra tutti, i due capitoli finali mi sembrano ammirevoli: l’uno perché riesce a dare in sintesi un quadro affascinante – da letterato, non da linguista – della lingua e dello stile di Boccaccio; l’altro perché riflettendo sulla «fortuna e attualità del Decameron» finisce per disegnare un breve, acutissimo profilo del genere della novella nel Medioevo e nell’età moderna. La scrittura di Bausi è infine, come sempre, un modello di chiarezza e di eleganza. Insomma, mi pare che entro il genere – tutt’altro che facile – delle ‘Guide ai grandi libri’, questo Leggere il «Decameron» meriti di essere preso come esempio.

Francesco Bausi, Leggere il «Decameron», Bologna, Il Mulino 2017, 15 euro.