Cose che riguardano l'Italia

Perché mai un laureato in storia o in filosofia non può tentare il concorso diplomatico?

  di Claudio Giunta

Totò, ambasciatore del Catonga

[Supplemento domenicale del "Sole 24 ore", 8 gennaio 2011]

C’è un’idea caratteristica del liberalismo che dovrebbe piacere a tutti, anche ai non liberali: l’idea che ogni cittadino abbia il diritto di adempiere le sue attitudini e di mostrare le sue capacità competendo con gli altri cittadini su un piano di parità. Una formulazione celebre è quella di Croce nella sua polemica con Luigi Einaudi: l’atteggiamento liberale esprime «fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni» (Benedetto Croce – Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli 1957, p. 4).

Anche sotto questo aspetto, come sotto tanti altri, l’Italia è una terra di estremi. Iperliberale a volte, più spesso illiberale; liberale mai.

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Università

Prendetevi un pezzo di carta

  di Giuseppe Sciortino

[Corriere di Bologna, 24 dicembre 2011]

Si dice che i primi scienziati fossero mossi dall’ambizione di provare l’esistenza di Dio nell’anatomia degli insetti. Più modestamente, io credo che il problema cruciale dell’università italiana possa essere rivelato dal caso Lombardelli, il capo di gabinetto del sindaco Merola dimissionario.

Premetto che non conosco Lombardelli né so nulla di lui.  Ho idee confuse sulle competenze professionali richieste dalla sua (ex) carica. Ma so che dall’intero dibattito, che ho seguito in modo assai scrupoloso, non ho ricevuto alcuna informazione sulle sue competenze e capacità professionali. L’unica cosa che sembra interessare è che nessuno ha intonato per lui coretti o lanci di uova.

Certo, se esiste davvero una norma che richiede la laurea per svolgere quel lavoro, è grave che tale norma sia stata violata. Detto questo, si può anche dire che se quella norma esiste, essa andrebbe assai rapidamente abrogata. Assieme a tutte quelle, troppe, che riservano ai laureati attività professionali, promozioni, scatti, partecipazione a concorsi pubblici. L’idea che l’avere una laurea sia prova di determinate competenze, e che il possesso di un pezzo di carta, non quello che si è fatto o che si sa fare, sia quello che debba determinare le carriere delle persone è infatti esattamente la  radice di tutti i problemi dell’università italiana. Esiste infatti un solo motivo per il quale l’avere una laurea avrebbe fatto di Lombardelli un capo di gabinetto migliore? Avremmo vietato quella carica a Steve Jobs? E se il sindaco avesse scelto Benedetto Croce?

Il vero problema è che sin quando quelle norme esistono, la ragion d’essere delle università non sarà la loro capacità di insegnare davvero capacità professionali e pensiero critico, ma soltanto il loro potere di rilasciare questi pezzi di carta. Sin quando queste norme esistono, gli studenti non saranno interessati ad acquisire capacità professionali e pensiero critico, ma soltanto ad acquisire quel pezzo di carta. E’ per questo che gli studenti si fregano le mani quando possono scegliere un corso insulso o un docente che ha fama di largheggiare coi voti. E’ per questo che associazioni più o meno benemerite stipulano accordi con le università che fanno ottenere agli associati lauree a prezzi di realizzo. E’ per dispensare pezzi di carta che atenei stranieri dai nomi improbabili aprono sedi nelle penisola con tariffari allegati. Come in un gigantesco e pervasivo kaliyuga induista, il certificato ha preso il posto della sostanza, l’illusione della realtà. E visto che queste norme esistono solo in ambito pubblico, il messaggio devastante che mandiamo alle giovani generazioni è che per amministrare beni privati bisogna essere bravi, per amministrare beni pubblici basta sapere usare con destrezza i bignamini.

Università

Alcune considerazioni sulle facoltà umanistiche

  di Claudio Giunta

[In una versione più breve sul supplemento domenicale del Sole 24, 16 ottobre 2011]

I.

Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi.

Questo è più o meno tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti in quello che nell’antilingua della burocrazia si chiama ‘processo formativo’. Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti.

Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Che altra possibilità c’è, infatti? Da un lato, vogliamo aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall’altro, nonostante la riforma, in Italia l’università resta in sostanza l’unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e non l’ha fatto scientemente, in ossequio a un progetto: «Mai, in nessun momento storico, la nostra istruzione secondaria superiore è stata così integralisticamente preparatoria all’Università [...]. Dal nostro vigente sistema scolastico si sprigiona una forza spesso irresistibile che spinge i giovani verso le scuole che portano all’Università e comunque permettono loro di fuggire il mondo del lavoro» (S. Valitutti e G. Gozzer, La riforma assurda, Roma 1978 [sic!], pp. 96-97). Inoltre, un relativo benessere permette a quasi tutti i diciottenni di non doverlo cercare, un lavoro: c’è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d’ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate (a questo esplicitamente esortava il ministro dell’Istruzione di un precedente governo di centro-sinistra). Che s’iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d’assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.
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Istruzione

L’università va rifatta, non riformata

  di Marco Filoni

[IL – Mensile del Sole 24 ore, gennaio 2011]

Riforma dell’università. Se andassimo a cercare negli archivi dell’italica repubblica, troveremmo che l’espressione accompagna la nostra storia recente ben più di quanto si immagini. «Del riformare» potrebbe essere il titolo aulico delle intenzioni ministeriali, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Ma siamo davvero sicuri che sia corretto voler riformare il nostro sistema di studi universitari? Si riforma ciò che esiste, che conserva una sua vitalità, che s’innova in una tradizione e che sviluppa ancora qualche sua possibilità. Invece il quadro che abbiamo di fronte è ben altro: un modello, quello universitario, morto e sepolto. E, molto banalmente, non si può riformare qualcosa che non ha più vita. Bisognerebbe piuttosto rivoluzionare il modello che sottende il sistema universitario.

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Università

Quanto (ci) costa l’editoria accademica. Sei mesi dopo

  di Claudio Giunta

Nell’inverno scorso ho scritto un articolo intitolato Quanto (ci) costa la cultura accademica che è uscito su «La rivista dei libri» (febbraio 2010) e sul sito www.italianisti.it (lo trovate anche in questo sito, un po’ più in basso). In queste pagine – uscite sulla rivista www.menodizero.eu, che si occupa di scuola e università - ribadisco il concetto, do conto in breve di alcune delle reazioni che l’articolo ha suscitato e concludo con alcune Considerazioni Morali.

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L’editoria accademica sei mesi dopo

Cultura e società, Università

Intervista su nuovi media, istruzione, e le solite altre cose

  di Claudio Giunta

… Non direi che la cultura abbia sempre rappresentato lo strumento per il riscatto sociale o per la costruzione della propria identità (qualsiasi cosa decidiamo che quest’espressione significhi). Il nostro ‘sempre’ corrisponde all’età moderna, o a una parte dell’età moderna, più o meno quella che coincide con la formazione degli stati nazionali e con la conquista del potere da parte della borghesia. Prima di quell’epoca la cultura che chiamiamo liberale era un lusso per i privilegiati (ecclesiastici, nobili sfaccendati) o per chi non doveva guadagnarsi da vivere (le donne)….

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Intervista a Hevelius [PDF]

Cultura e società

Un’intervista su cultura e nuovi media

  di Claudio Giunta

Si sente dire che il problema è la facilità con cui oggi si possono reperire informazioni e fonti, spesso comodamente da casa e in formato digitale, oltre che in modo assolutamente gratuito. Perché tutto questo è visto come una minaccia, piuttosto che come una risorsa immensa?

Credo che venga visto, o almeno io lo vedo anche come una risorsa immensa. Credo però che…

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Un’intervista su cultura e nuovi media [PDF]

Università

Proposta per l’abolizione della tesi di laurea triennale

  di Claudio Giunta

Aboliamo la tesi alla fine del triennio?

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Proposta di abolizione della tesi triennale [PDF]

Università

Una moratoria per le riviste accademiche?

  di Claudio Giunta

Qualche anno fa un editore universitario mi contattò per chiedermi se volevo dirigere una nuova rivista dedicata alla letteratura italiana del Medioevo: c’era spazio, secondo loro, per un’iniziativa del genere. Spazio, cioè richiesta, mercato. Con commovente disinteresse risposi che (1) ero troppo giovane per un impegno del genere, che richiede non solo competenze ma anche conoscenze, potere, autonomia; (2) avrei presto lasciato gli studi medievistici; (3) non credevo affatto che ci fosse bisogno di una nuova rivista di studi medievali: anzi, mi sembrava che ce ne fossero anche troppe. Naturalmente non è stato difficile trovare un altro direttore (che ora si fregia del titolo, ignaro di essere il mio sostituto), e la rivista è nata lo stesso, e la si può trovare adesso sugli scaffali delle biblioteche universitarie insieme alle decine di altre che gli studiosi sfogliano o spogliano (cioè, più spesso, non sfogliano e non spogliano) periodicamente per aggiornarsi. Alla fine, dunque, tutti contenti: la casa editrice, il Direttore, gli studiosi che hanno un’occasione in più per pubblicare i loro studi e un’altra sede di dibattito. O no?

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Una moratoria per le riviste accademiche? [PDF]

Cultura e società

Dante nel pomeriggio

  di Claudio Giunta

È proprio necessario tanto Dante a scuola?

L’idea di tenere aperte le scuole anche al pomeriggio, a beneficio sia degli studenti che hanno bisogno di ripetizioni o di un posto tranquillo per studiare sia dei cittadini adulti interessati a migliorare la loro istruzione (circolare del Ministero della Pubblica Istruzione, 28 agosto 2007), è una buona idea. Invece, quella di destinare una parte dei fondi (due milioni di euro su sessantaquattro) a «percorsi di approfondimento dello studio di Dante» (sic) non è una buona idea. Ma è un’idea interessante perché dice, in un dettaglio, in che cosa consiste secondo chi governa il Paese una buona formazione culturale, e per quali vie la si deve perseguire. Per questo non è inutile riflettere, oltre che sulla cosa in sé, sul concetto che sta dietro alla cosa.

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Dante nel pomeriggio [PDF]