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Poesia alla corte dei Visconti

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 4 gennaio 2015

Volume

Parrà strano, ma pochi settori della storia letteraria italiana sono tanto vitali come gli studi sulla poesia del pieno e del tardo Trecento. Nei mesi scorsi abbiamo avuto nuove eccellenti edizioni critiche, di poeti non grandi ma cruciali come Fazio degli Uberti, a cura di Cristiano Lorenzi, e Boccaccio, a cura di Roberto Leporatti. Ora un volume curato da Simone Albonico, Marco Limongelli e Barbara Pagliari fa qualcosa che bisognerebbe fare più spesso, cioè coniuga filologia e storia, ossia ridescrive un pezzo di storia letteraria italiana ragionando sulla tradizione dei testi, ed editando, o annunciando l’edizione di testi inediti o malnoti.

La storiografia letteraria italiana ha, quanto al Medioevo, una comprensibile tendenza a fare centro sulla Toscana. Comprensibile sia perché è in Toscana che sono nati gli autori più grandi (e tra gli altri i due che ho nominato sopra), sia perché la poesia delle altre regioni nasce o si sviluppa soprattutto grazie allo stimolo che le vengono dagli autori toscani, letti nei manoscritti (e diventa allora importante studiare, di questi manoscritti, la formazione e la circolazione) o fisicamente presenti nelle città e nelle corti del centro-nord (e diventa allora importante raccogliere negli archivi le tracce di queste presenze): esemplare proprio il caso di Fazio, che nasce probabilmente a Pisa all’inizio del secolo ma passa poi gran parte della sua vita tra Verona, Milano e Bologna.

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