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Uno può anche non leggere

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, primo marzo 2015

Le librerie chiudono, i libri non si vendono. Tra le cose che l’Associazione Italiana Editori (AIE) si è inventata per metterci una pezza c’è #ioleggoperché, “una grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura” che per quanto si riesce a capire dal sito funziona così: ci si dichiara disponibili a diventare Messaggeri, si ricevono gratuitamente a casa 6+6 copie di due diversi romanzi, scelti da una lista di 24, dopodiché si può “partecipare attivamente a tutte le iniziative di #ioleggoperché” (non mi è chiaro come, ma iscrivendosi si capirà).

Non so come siano stati scelti i 24 romanzi. Immagino che ogni casa editrice ne abbia indicato uno dal suo catalogo, scelto tra i più facili, leggibili, tentanti anche per i lettori più deboli, che sono quelli da conquistare alla lettura. Sono tutti romanzi di autori contemporanei. Sono, per dirla molto gentilmente, romanzi di qualità diseguale.

È un’iniziativa promozionale, e va benissimo: è bene che i libri si vendano e che le case editrici non chiudano, e ogni tattica che aiuti a raggiungere questo obiettivo è legittima (la stessa cosa naturalmente – ma il dettaglio sembra sfuggire a molti, specie tra gli intellettuali – vale per i gestori di sale cinematografiche, i produttori di lampadine e i rivenditori di auto usate: in sé, vendere libri non è un’attività né più né meno nobile che vendere bistecche). Nello specifico ho però due obiezioni, una di metodo, o meglio di forma, l’altra di sostanza.

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