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Malattia come metafora 2.0

di Claudio Giunta

Il Sole 24 ore plus, marzo 2020

C’è una puntata di Louie in cui Louis CK va dal medico, il dottor Bigelow, perché ha un mal di schiena feroce che gli permette a malapena di stare in piedi. Il medico – il super-burbero Charles Grodin, quello di Beethoven – lo riceve mangiando un panino alla scrivania, non lo degna nemmeno di uno sguardo e gli dice che il problema è che usa la schiena nel modo sbagliato: è stata disegnata per un mammifero che andava a quattro zampe, gli esseri umani hanno avuto la cattiva idea di scegliere la postura eretta, perciò è normale che ogni tanto la schiena faccia male. Sì, ma che fare? Niente: tutte le volte che non si ha mal di schiena ringraziare Dio per questo piccolo miracolo. Questo apologo ha due morali. Il primo è che il malessere è una condizione normale, e la salute lo stato d’eccezione: non lo si immagina a trent’anni, se si è fortunati (ma non tutti sono fortunati), lo s’impara più avanti. Il secondo è che gli esseri umani sono animali, e i loro guai di salute derivano soprattutto da questa loro disgraziata condizione: l’appartenenza a una delle tante specie che popolano la zoosfera, e non alla più resistente. Questa doppia consapevolezza dovrebbe soprattutto consigliare umiltà circa il proprio posto nel piano della creazione (ripetere sempre, con Bergman: «Si nasce senza scopo, si vive senza senso e quando si muore si sparisce») e cautela quando si è tentati di attribuire un significato ai malanni che la vita c’infligge, tipo questo è metafora di questo: non c’è significato, è solo che le cose purtroppo vanno così, su questo pianeta. Nelle bibliografie di questi giorni sulle epidemie ho visto giustamente tutti i classici, da Tucidide a Manzoni, da Defoe a Camus, mentre più di rado ho visto citare Malattia come metafora di Susan Sontag, che comincia così:
La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci solo del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese.
A partire da questo dato, che è ovvio (tutti, nella vita, ci ammaliamo) ma che tendiamo a rimuovere, Sontag rifletteva sul modo in cui parliamo delle malattie, e in particolare sul modo in cui le metaforizziamo, cercando di spiare nei mali fisici la proiezione di malesseri morali e guasti della psiche, come se le malattie fossero la risposta dell’organismo umano a difetti del carattere o del pensiero. Sontag scriveva per dimostrare falso questo punto di vista: «La mia tesi è che la malattia non è una metafora, e che la maniera più corretta di considerarla – e la maniera più sana di esser malati – è quella più libera da pensieri metaforici». Sontag si occupava soprattutto della tubercolosi, il male tipico dell’Ottocento, e del cancro, il male tipico del Novecento; ma il libro uscì nel 1978, giusto in tempo per entrare nel dibattito sull’Aids che si sarebbe sviluppato negli anni Ottanta: ecco un caso in cui tenere separati corpo e spirito, e astenersi dalle metafore, risultò più complicato, perché la malattia non riguardava tutti gli esseri umani indistintamente ma soprattutto i sessualmente promiscui. Nel quinto capitolo di Malattia come metafora, la Sontag rifletteva sul diverso modo in cui le malattie sono state descritte da storici e narratori, anche e soprattutto nei loro riflessi sui caratteri di coloro che ne vengono colpiti. Nell’età premoderna, osservava Sontag, chi scrive si concentra soprattutto sull’insieme, sulla folla più che sui singoli, e di solito insiste sull’atmosfera di sfrenatezza e immoralità che segue alla diffusione del contagio. Il malessere fisico accende il malessere spirituale, il morbo distrugge la rete di convenzioni che fino a un attimo prima regolava il fragile equilibrio della società: «Tucidide racconta come la peste scoppiata ad Atene nel 430 a.C. generò disordine e illegalità (“Tutto ciò che era piacere immediato […] era considerato onesto e utile”) e corruppe persino la lingua. E il tema fondamentale della descrizione che dà Boccaccio, nelle prime pagine del Decamerone, della grande peste del 1348 è il pessimo comportamento dei fiorentini». Invece gli autori moderni si concentrano sul singolo più che sulla massa, sulla malattia più che sul contagio, e spesso usano la malattia per offrire ai loro personaggi un’occasione di riscatto, di raffinamento morale: scoprono di essere malati, sanno che moriranno presto, e per questo decidono di vivere nobilmente i loro ultimi giorni. In altre parole, l’attenzione degli scrittori antichi si concentra sull’epidemia come rottura traumatica dell’ordine consueto delle cose; il loro sguardo non si singolarizza, non si ferma su un caso particolare ma osserva gli avvenimenti dall’alto, come fanno gli storici e i sociologi; invece i racconti moderni della malattia prendono spunto dal destino di singoli individui (la Fantine dei Miserabili, l’Ivan Il’ic di Tolstòj) e mostrano come queste malattie abbiano sul loro animo un influsso addirittura positivo. Giusto, ma naturalmente va aggiunto che questa correzione di prospettiva, questa transizione dalla malattia come ‘male sociale’ alla malattia come destino individuale è resa possibile dalla nascita, in età moderna, del genere letterario che al suo centro mette appunto i destini individuali, le storie di uomini e donne presi nella loro irripetibile singolarità, cioè il romanzo. Mentre gli eredi di Tucidide, Boccaccio o Defoe sono oggi non i romanzieri ma gli sceneggiatori e i registi dei Figli degli uomini o The Happening. Resta da trovare il posto del Covid-19 in questa mappa. Se vale la regola secondo cui l’epidemia sollecita la visione d’insieme mentre la malattia singolarizza, sarà soprattutto materia da sceneggiatori, da registi visionari. Ma questo è il meno, perché ecco infine un caso (l’unico caso nella storia?) in cui il paradigma-Sontag rischia di non reggere, perché il Covid-19 sembra essere metafora praticamente di tutto: del nostro rapporto predatorio nei confronti della natura, della nostra ipercinesi, della costipazione delle megalopoli, della globalizzazione e/o del sovranismo… E non che non ci sia del vero in tutto questo, ma si antivedono già con una stretta al cuore le tavole rotonde, i fondi pensosi degli editorialisti, i pamphlet dei filosofi (i più scemi non sono riusciti a tacere neanche adesso). Una volta finito tutto, se finisce, ci aspetta una battaglia ermeneutica più angosciante di questa clausura.