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Sì, ma cosa c’è dentro (6)? “Tutto scorre” di Vasilij Grossman

di Claudio Giunta

Sesto estratto dal manuale-antologia
Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura.

Volevate piangere? Da Tutto scorre di Vasilij Grossman, 1905-1964 (che è uno di quei venti libri del Novecento da leggere per intero, eh!). Premessa (un po’ più lunga del solito), brano, commento).

Grossman 2

Dopo la morte di Lenin (1924), il governo dell’Unione Sovietica finì saldamente nelle mani di Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin (1878-1953). Gli anni Venti e Trenta furono, per Stalin, un lungo e sanguinoso conflitto con quelli che erano – o lui stimava fossero – gli oppositori interni: personalità del passato regime zarista, membri del Partito Comunista che dissentivano dalle sue decisioni politiche, semplici borghesi che, per una ragione o per l’altra, finivano sulla ‘lista nera’ della polizia segreta sovietica, la GPU (pron. Ghepeù).

A partire dalla metà degli anni Venti cominciarono gli arresti di massa, e cominciò quindi anche la creazione non solo di prigioni ma di campi di lavoro e di ‘rieducazione’ destinati a questi nemici del regime: il nome russo che designava questi campi è Gulag, una sigla che corrisponde a Glavnoe upravlenie lagerej (‘Direzione generale dei campi’). In capo a pochi anni, il territorio sovietico si riempì letteralmente di questi gulag, spesso situati nelle zone più remote e più fredde del paese. Decine di milioni di cittadini sovietici vennero internati per un periodo della loro vita in un gulag (secondo lo scrittore Solženicyn furono tra i 40 e i 50 milioni), e milioni morirono (tra i 15 e i 30 milioni, si pensa, nel periodo che va dal 1918 al 1956): le condizioni di vita, infatti, erano spesso proibitive a causa del gelo, delle malattie, della fatica, della mancanza di cibo.

L’esistenza dei gulag non era un mistero, in Europa, già negli anni della seconda guerra mondiale. Ma durante la guerra l’Unione Sovietica fu un’alleata cruciale degli anglo-americani nella battaglia contro i nazisti; e dopo la guerra, calata tra Europa occidentale e Europa orientale quella che il primo ministro inglese Churchill chiamò la ‘cortina di ferro’, l’Unione Sovietica era diventata il Nemico, e qualsiasi critica nei suoi confronti, qualsiasi voce che gettasse una cattiva luce sul suo governo, poteva facilmente essere liquidata come propaganda anticomunista. A parlare dei gulag, in Occidente, e a rivelare in che modo atroce vi venissero trattati i prigionieri, si cominciò soprattutto dopo la pubblicazione dei romanzi di Aleksandr Solženicyn (1918-2008), in particolare di Una giornata di Ivan Denisovič (1962) e del successivo, lunghissimo, Arcipelago Gulag (1973-1975).

L’opera di Solženicyn ebbe quindi un enorme importanza dal punto di vista storico. E si può dire che anche per questo – e non solo per i suoi meriti letterari – che gli fu conferito, nel 1970, il premio Nobel per la Letteratura (Solženicyn lo ritirò solo quattro anni più tardi, dopo essere stato espulso dall’Unione Sovietica: si stabilì prima nella Germania Ovest poi negli Stati Uniti). Ma Solženicyn non era stato né il solo né il primo a scrivere dei gulag. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Varlam Tichonovič Šalamov (1907-1982) aveva fatto circolare attraverso samizdat i suoi agghiaccianti Racconti della Kolyma, che cominciarono ad essere tradotti e pubblicati in Occidente verso la fine degli anni Settanta. E anche Vasilij Grossman – che abbiamo già incontrato come autore del grande romanzo sulla seconda guerra mondiale Vita e destino – negli anni Cinquanta aveva abbozzato un romanzo che in parte si svolgeva appunto all’interno di un gulag nella regione della Kolyma.

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