Posted on

Il Nobel a Borges, perfavore!

di Piergiorgio Bellocchio

L’Illustrazione italiana, 1982

Tra i crucci dell’amico, cui mi accomuna il vizio della letteratura, c’è anche la ricorrente mancata assegnazione del premio Nobel a Jorge Luìs Borges. Da anni, nel mese di ottobre, quando l’Accademia di Stoccolma si appresta a decidere, egli entra in agitazione. E ogni volta al suo idolo vengono preferiti scrittori tedeschi, polacchi, giapponesi, russi, ebrei, cinesi, australiani e perfino – supremo scherno – spagnoli e ispano-americani. È una vergogna. Un’assurdità. Pienamente d’accordo. Borges è il Nobel perfetto, che più Nobel non si può. Sembra fatto apposta per rappresentare lo Spirito dell’Epoca, la Crisi dei Valori Istituzionalizzata, l’Ambiguità Permanente, e insomma i vari Declini, Tramonti, Eclissi, Perdite, Crolli, Naufragi (delle Fedi, della Ragione, della Totalità, della Storia, delle Ideologie, dei Fondamenti, dei Modelli, dei Significati...), tutti debitamente Stabilizzati, Assicurati, Convenzionati, Garantiti. Ogni Realtà è Illusione ovvero Metafora, l’Autentico è indistinguibile dal Falso, l’Effimero si specchia nell’Eterno, l’Infinito coincide con l’Infinitesimale, il Persecutore e la Vittima (l’Eroe e il Traditore) convivono nella stessa persona, il Futuro precede il Passato mentre il Presente forse non esiste, tutto il Sapere è contenuto in una parola (in una lettera), la Vita è Sogno e viceversa, un Destino vale l’altro (e nessuno vale una cicca)... Grazie a Borges, queste e altrettali caleidoscopiche Profondità sono ormai alla portata di tutti, come le Vacanze Intelligenti dell’“Espresso”. Borges ti porta in ascensore sulla cima dell’Everest, il tempo di emettere qualche “oh” di meraviglia, assaggiare la vertigine, e in un quarto d’ora sei di ritorno in albergo. Neanche la noia di cambiarsi d’abito. Borges è la Biblioteca, l’Enciclopedia, lo Spirito, e insieme la Vanità, l’Insensatezza, la Parodia di ogni Sapere, Cultura, Esperienza: che si vuole di più? Tali Cime Abissali si sono ulteriormente caricate di Fatalità, ormai alla soglia del Sacro, da quando sul povero Borges è calata la notte della cecità. Potevano i borgesiani lasciarsi sfuggire la provvidenziale occasione di applicare al Maestro i suoi tipici procedimenti: l’analogia (Borges come Omero, Tiresia, Milton...) e l’inversione (il Cieco è il Veggente, l’Oracolo, il Profeta...)? Per non parlare del Castigo Divino riservato da sempre a chi ha Visto Troppo. Protesta l’amico ma benignamente vuol vedere nei miei eccessi soprattutto una reazione alla moda che si è sviluppata intorno alla figura, alla persona di Borges, moda di cui si dice non meno infastidito di me. Anche Montale nell’ultimo decennio è stato oggetto di un analogo snobistico culto, talora amministrato dai medesimi cavalierserventi, smaniosi di figurare nell’alone irradiato dall’idolo. Ma questo non intacca il valore della loro opera. Piuttosto, soggiunge, per tornare al Nobel, a danneggiare Borges presso i democratici accademici svedesi sono state senza dubbio le sue idee ultraconservatrici in politica... La sopravvalutazione di Borges, obietto, non riguarda solo lo snobismo o peggio di qualche pubblicista cortigiano o editore-profumiere. È snobismo di massa. Borges è diventato una persecuzione. Ti imbatti continuamente in qualcuno che lo accosta a Kafka (sorte già toccata negli anni Cinquanta a Camus e perfino a Buzzati). Non esce libro, saggio, articolo in cui non lo si trovi citato in epigrafe o in nota, antipasto, salsa o dessert. E non solo da parte del letterato: lo esibisce il filosofo, se ne lustra il giornalista, gargarizza il teologo e il ginecologo, digestimola lo psicoanalista e l’estetista... È l’aperitivo, la sigaretta, la tartina, la pillola, il chewing-gum culturale adatto, acconcio, conveniente per l’insegnante e il dirigente, il bancario e l’antiquario, il prefetto e l’architetto, il sindacalista, il dentista, il socialista, il commercialista, il terrorista, il regista... Quanto al presunto handicap costituito dalle idee politiche, ci sono i precedenti di Kipling, Hamsun, Yeats, Eliot e tanti altri premi Nobel che non erano certo meno reazionari di Borges. E poi nessuno bada più a queste cose. La casa editrice del partito comunista ha pubblicato tre o quattro libri di Borges, ne è orgogliosissima e si dispiace solo di non poterne offrire di più. Nella Guida alla formazione di una biblioteca di Einaudi, l’editore più prestigioso della sinistra, Borges è presente con ben sei titoli, come Kafka e Joyce, più di James e Faulkner... Se è per questo – m’interrompe l’amico – pure Sciascia e la Ginzburg hanno sei titoli ciascuno (chissà dove arriveranno nella prossima edizione della Guida, tra qualche anno) e Pavese nove... Questi sono affari interni, di famiglia, e ogni famiglia ha i suoi culti... Il punto è che non si può parlare di pregiudizi di natura politica nei confronti di Borges, a meno di sostenere che l’Accademia di Stoccolma sia più a sinistra di Einaudi e degli Editori Riuniti... Da molti anni, se c’è uno Scrittore Indiscusso, Universale, questo è proprio Borges. Ma non vorrei dar l’impressione di considerare Borges una specie di nullità. Ammetto di esser stato affascinato dalle due raccolte La biblioteca di Babele e L’Aleph lette più di vent’anni fa. Borges ha scritto sei o sette racconti perfetti nel loro genere che esauriscono tutto quello che ha da dire. Un’originalità, la sua, di cui si tocca il fondo in un paio di serate, giusto il tempo che richiede la lettura di quelle ottanta o cento pagine. Leggere altre cose sue o rileggerlo avrebbe meno senso che risolvere cruciverba, sciarade, rebus, giocare a carte, ai dadi o con quelle ingegnose macchinette elettroniche di recente introduzione: oneste ricreazioni che riservano maggiori sorprese senza alcuna pretesa metafisica. Più che indignato, l’amico appare profondamente imbarazzato e deluso. È chiaro che pensa: “Non ti credevo tanto rozzo!”, anche se si trattiene dal dirmelo apertamente. Severo e purtuttavia soccorrevole, mi mette davanti Blanchot, Phillips, Suarez, Segre, Citati, Rivera e altre autorità. Mi invita a riconoscere onestamente la rilevanza delle innovazioni apportate da Borges alla tecnica e alla filosofia del racconto: la glossa, l’interpolazione, la recensione, il commento, il compendio. E attacca col cosmopolitismo e l’enciclopedismo del Nostro: pensiero greco e sapienza araba, patristica e scolastica, eresiologia e cabala, e naturalmente le letterature di tutti i tempi e paesi... E le vertiginose connessioni che sa stabilire fra le tradizioni, le discipline, gli ordini più diversi, coniugando Bibbia e romanzo poliziesco, saghe scandinave e calcolo infinitesimale, mistica e geometria non euclidea... Una padronanza tale da consentirgli l’ironico arbitrio, la suprema libertà della falsificazione, della reinvenzione... Il birichino! Veramente trovo che si esageri un po’ circa l’enciclopedismo e il virtuosismo del Nostro, né l’uno né l’altro così prodigiosi come pretendono i critici (per i quali Borges è l’autore ideale, perché li esime dalla fatica di cercare, e soprattutto vagliare e pesare, i significati, fornendogliene lui stesso a iosa e sempre sopraffini, sublimi, sibillini...). Questa mostruosa cultura, in ultima analisi, si riduce a quattro o cinque formule o immagini o metafore o suggestioni, trite e ritrite fino all’impalpabilità: il Labirinto, gli Specchi, il paradosso di Achille e la Tartaruga... e ci starebbe benissimo anche il dilemma dell’Uovo e della Gallina, se non fosse troppo triviale per i gusti ricercati del Nostro e dei suoi esegeti e banditori... Ma l’amico mi richiama agli oggettivi riscontri con certi importanti risultati della ricerca filosofica e logico-matematica: Meinong, il “transfinito” di Cantor... Per esempio, il problema del “vero” e del “cattivo infinito” nell’Aleph... Rispondo che se L’Aleph si basasse principalmente sul problema del Vero o Cattivo Infinito, sarebbe solo uno dei tantissimi esercizi più o meno oziosi di Borges. Invece, per una volta, i Grandi Problemi sono visti non già con la solita Superiore Ironia, pretesti per illusionismi eleganti o sottili parodie, ma in chiave schiettamente comica, caricaturale, per quello che sono: mere coperture ideologiche, trucchi. Per questo L’Aleph è un racconto notevole, uno dei rari racconti notevoli di Borges. Il rapporto di rivalità (erotica e letteraria) che oppone e lega il narratore al cugino – e che costituisce il nucleo vero del racconto – scopre le radici dell’idealismo borgesiano, disperato e pietoso tentativo di abolire la realtà per non sentirne le offese. L’angelicata Beatriz non solo ha sempre respinto, con fastidio e esasperazione, il culto tributatole dal narratore, ma è stata l’amante “impudica” dell’aborrito cugino, che vincerà il premio letterario a cui aspirava anche il narratore. Il quale cerca da scampo nell’illusorietà del reale, nel tempo circolare, nello spazio arbitrario, nell’oblio, ma ciò che risulta inequivocabilmente, e dolorosamente, illusoria e arbitraria è l’idea che s’è fatta di Beatriz e della propria superiorità intellettuale. Quanto più si sforza di mostrarci i prodotti poetici del cugino come cialtroneschi, sgangherati, deliranti, idioti, tanto più questi attributi sembrano ritorcersi contro di lui, contro l’idea stessa della Poesia e della Letteratura. Per una volta è Borges a far coscientemente le spese della propria ironia. Disgraziatamente, si tratta di un’eccezione. Mentre nell’Aleph la tensione deriva dallo scontro tra realtà e artificio, nella quasi totalità della sua produzione s’intrecciano e combinano all’infinito dimensioni ugualmente artificiali e astratte: finti scontri, battaglie in biblioteca... Il contatto tra poli d’identico segno non genera corrente. Ma ciò che più dà fastidio è la superbia intellettuale che presiede a tali giochetti di prestigio, malcelata dalla falsa umiltà del procedimento (la glossa, la nota marginale, la variante...) e dalle troppo ricorrenti dichiarazioni di modestia, di esser nient’altro che un’eco infima e casuale del Grande Libro... Del resto, talvolta il prudentissimo Borges si tradisce e la sua spropositata ambizione rifulge miserevolmente in tutto il suo autentico splendore di princisbecco. Bastino le parole con cui commenta il proprio racconto Deutsches Requiem, dieci paginette di media qualità: “Durante l’ultima guerra nessuno ha potuto desiderare più di me che la Germania fosse sconfitta; nessuno ha potuto sentire più di me la tragedia del destino tedesco; Deutsches Requiem vuole intendere tale destino, che non seppero piangere, e neppure sospettare, i nostri ‘germanofili’, che non sanno nulla della Germania”. Nientepopodimeno. Ma infine – sbotta l’amico, che ha rinunciato alla speranza di un mio ravvedimento – vista la considerazione in cui tengo Borges, perché dovrebbe spiacermi che non gli diano il Nobel? Ma proprio per questo! S’è mai preso il disturbo di dare una scorsa all’albo dei premiati? Che questa specie di Gotha della letteratura presenti qualche stonatura, lo sanno tutti. I casi di Sinclair Lewis, Pearl Buck, Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo, Winston Churchill sono proverbiali. Ma se questi e qualcun altro hanno l’aria di chi è finito per sbaglio tra gli invitati al gran ballo della nobiltà, non è che il resto, la maggioranza dei più di ottanta premiati sia – come comunemente si crede – tutta di principi e duchi. Che sono invece pochi, mentre abbondano conti e baroni. Ognuno può divertirsi come crede a attribuire questo o quel titolo, a stabilire gerarchie. Nessuno comunque può negare che il quadro sia alquanto eterogeneo. Niente di male se i valori reali fossero questi. Mica tutte le annate sono buone. I Mann, i Kipling, gli Yeats, i Pasternak, si sa, non sono frequentissimi; e se non c’è di meglio, perché non dovrebbe toccare anche ai Verhaeren, Sienkiewicz, Galsworthy, Rolland, Steinbeck, Neruda? Ma si provi a pensare agli autori di prima grandezza che non figurano nella lista... In meno di dieci minuti l’amico deve convenire, con un certo sbalordimento, che sono i più. Può darsi che se un Cechov, un Proust, un Blok, un Rilke, un Apollinaire, un Kafka, un Trakl, un Musil, un Kavafis, un Majakovskij, un Vallejo, un Mandel’stam, un Lawrence, un Thomas avessero avuto la compiacenza di rimandare la morte di dieci o vent’anni o fossero stati meno restii a pubblicare, qualcuno di loro sarebbe finito premiato. Può darsi, ma ci credo poco (salvo Rilke), vista la sorte toccata a tanti altri per i quali non vale certo la scusa dell’età o dell’inedito: Tolstoj, Ibsen, Zola, James, Conrad, Joyce, Forster, Dreiser, Wharton, Strindberg, D’Annunzio, Svevo, Valéry, Bernanos, Unamuno, Machado, Woolf, Auden, Schnitzler, Brecht, Benn... E poiché va pur concesso qualcosa alle convenienze (dopotutto si tratta d’un premio che viene assegnato secondo un protocollo molto solenne: il re, le marsine, i discorsi...), faccio grazia dei casi “estremi” e per diverse ragioni imbarazzanti: Kraus, Wedekind, Hasek, Henry Miller, Genet, Pound, Céline... Di scrittori di prima grandezza, insomma, l’Accademia svedese non se n’è lasciati scappare uno su due, né due su tre, e neppure tre su quattro. Il rapporto, all’incirca, è di nove su dieci. È quindi evidente che non di errori o distrazioni si tratta ma di un preciso criterio di scelta. Il quadro della letteratura del Novecento che esce dal catalogo del premio Nobel è increscioso ma coerente. Le eccezioni confermano la regola, sia perché essendo pochissime si possono attribuire al caso, sia perché certe opere e figure molto grandi non escludono interpretazioni filistee. In tale compagnia Borges starebbe benissimo e l’ostinato rifiuto dei giudici svedesi è inesplicabile. Certo non è l’unico difetto del catalogo e sarei più soddisfatto se il premio fosse toccato anche a scrittori come Werfel, Stefan Zweig, Remarque, Maugham, Bennett, Spender, Thornton Wilder, Arthur Miller, Mary McCarthy, Fogazzaro, Papini, Bacchelli, e soprattutto i francesi... La Francia è stata la più abbondante e perfezionata produttrice di letterati da Nobel, nati con la marsina o altre elette uniformi, veri professionisti, superspecialisti in Nobiltà dello Spirito e Dignità dell’Uomo, Grands Commis della Repubblica delle Lettere... Che civiltà! Che garbo! Che aplomb! Che scrivanie! Sì, dovrebbero esserci Barrès, Rostand, Bourget, Maurois, Romains, Claudel, Giraudoux, Malraux, Aragon, Montherlant, Saint-Exupéry, Simone De Beauvoir... Il senso delle scelte dei giudici di Stoccolma è comunque così chiaro, così precisa la loro idea dei valori e delle funzioni della letteratura, che potremmo verificarla quasi infallibilmente immaginando, per gioco, che Alfred Nobel sia vissuto e morto un secolo prima. Chi degli scrittori dell’Ottocento avrebbe ottenuto il premio e chi no? Tra gli italiani, quello con le carte più in regola sembra il Cavalier Vincenzo Monti. Forse anche Manzoni, grazie all’eccezionale longevità. Da escludere, e non solo per ragioni d’età, Leopardi e Foscolo (a cui avrebbe fatto così comodo). Neanche da considerare, ovviamente, Porta e Belli. Né Verga, essendo stato dimenticato anche per i ventidue anni vissuti nel secolo successivo. Buone probabilità per Silvio Pellico, qualcuna anche per Massimo D’Azeglio. Tra i francesi, il premio non dovrebbe sfuggire a Chateaubriand, Lamartine, Hugo. Niente da fare invece per Balzac, Stendhal, Baudelaire. Merimée? Vigny? Vedo meglio quotati Scribe e la Desbordes-Valmore. Flaubert? Meglio Augier e Feuillet. Rimbaud, ovviamente, no. Né Verlaine. Né Mallarmé. Sì invece Coppée. Probabile Leconte de Lisle. No Maupassant, né Zola. Sì Daudet. Tra gli inglesi, sicuri Scott e Tennyson. Wordsworth? Forse. Sicuramente no: Byron, Shelley, Coleridge, Blake. No Jane Austen e George Eliot. Per le Bronte, come per Keats, neanche si pone il problema. Molto meno facile di quanto potrebbe sembrare la posizione di Dickens e Thackeray: in ogni caso avrebbero dovuto sforzarsi di campare di più. Ben più favoriti Bulwer-Lytton e Disraeli. Browning? Hardy? Molto difficile. No Stevenson. No certamente Swinburne e Wilde. Tra i tedeschi, inevitabilmente sì Goethe. Certamente no: Schiller, Holderlin, Novalis, Kleist, Hoffmann, Jean Paul, Buchner. No Heine. Tra Tieck, Uhland, Eichendorff, Grillparzer, Stifter e Storm, uno potrebbe farcela. No Fontane. Sì Sudermann. Qualche probabilità, tra gli svizzeri, solo per Meyer; scarsissime per Keller; nessuna per Gotthelf. Russi: Puskin no, Lermontov no, Gogol’ no, Dostoevskij no. Turgenev sì. Tolstoj forse sì, purché prima della svolta politico-religiosa. Peggio ancora gli americani: né Poe, né Hawthorne, né Melville, né Whitman, né Twain. Sì Longfellow. Prospettive discrete per Cooper e Emerson. Migliori, temo, per la Beecher Stowe e la Alcott. Il gioco ha divertito l’amico, allentando la tensione che si era creata tra noi. Ma eccolo tornare alla carica: chi sarebbero oggi i principi e i marescialli delle lettere che devono essere sacrificati ai mediocri ma rigorosi criteri dei giudici svedesi? Ahimè, qui ha ragione l’amico. Da un bel po’ di tempo scarseggiano anche baroni e tenenti. L’epoca eroica della letteratura si è conclusa nella prima metà del secolo. Da allora la divaricazione rispetto ai valori rappresentati dal premio Nobel non ha fatto che restringersi. Benn muore nel ’56, Céline nel ’61, Forster e Pound, vecchissimi, nel ’70 e ’72 (curioso che, di questi ultimi campioni, tre su quattro si siano compromessi più o meno gravemente col fascismo). Se scorriamo l’ultimo decennio troviamo che i premiati sono pressappoco i migliori sotto ogni punto di vista. La coincidenza tra valori ufficiali e valori reali è compiuta. Bisogna dare atto all’Accademica di Stoccolma di avere profeticamente anticipato fin dall’inizio questa conclusione.