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Su Paolo Vita-Finzi

di Claudio Giunta

Il Foglio, 31 marzo 2018

Nella generale sfortuna delle idee liberali nell’Italia del Novecento è da notare il fatto che a difendere e diffondere queste idee siano state soprattutto figure d’intellettuali appartate, estranee alle consorterie accademiche ed editoriali, propense più al dibattito estemporaneo sui quotidiani e sui periodici che alla lenta meditazione dei trattati. Di qui, da questo parziale isolamento, il timbro fioco della voce di molti di questi liberali: poco letti alla loro epoca, in un’Italia ideologicamente orientata in direzioni diverse, poco noti oggi al di fuori di una stretta cerchia di esperti. Ma di qui anche, leggendo i loro libri a distanza di anni, una sensazione simile – per concederci un paragone letterario, dato anche che di un letterato stiamo per parlare – a quella che il narratore del romanzo di Eugène Fromentin Dominique prova di fronte al personaggio di Augustin, mentre ascolta «l’accento netto e franco di un uomo al quale la verità sembrava avere, durante tutta la sua vita, rinfrescato le labbra». È, in parte, l’impressione che si ha leggendo l’opera di Paolo Vita-Finzi, e in particolare un libro che, nelle settimane scorse, ho visto citato più di una volta sulle colonne del «Foglio» (da Taradash, Vitiello, Cofrancesco, non so se da altri), e che varrebbe certamente la pena di leggere o rileggere, e intanto di ristampare. Uscito per la prima volta in volume nel 1961 da Vallecchi, Le delusioni della libertà raccoglie articoli per gran parte pubblicati sulle pagine del «Mondo» nel corso degli anni Cinquanta. È stato ripubblicato nel 1979 dall’editore milanese Pan, con una premessa che dà conto del vivace dibattito che seguì alla prima pubblicazione. È un libro sorprendentemente attuale non perché vaticina il nostro presente ma perché, riflettendo sull’atteggiamento tenuto dagli intellettuali italiani e francesi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tocca questioni che non hanno smesso di essere al centro della vita pubblica del nostro Paese: la sfiducia o addirittura l’odio nei confronti della democrazia parlamentare e dei corpi intermedi; l’insofferenza per le procedure che impediscono o rallentano il processo decisionale; il sospetto nei confronti delle élite e, simmetricamente, la devozione a un ideale quasi messianico di ‘popolo’ soprattutto da parte di chi al popolo è alieno per censo e per cultura; la riduzione della questione politica a questione morale; la seduzione che l’azione risoluta, anche violenta, esercita sugli intellettuali ‘impegnati’. Le delusioni della libertà non è però l’opera di uno studioso di professione. Nato a Torino nel 1899, Vita-Finzi fa in tempo a combattere sul fronte del Piave negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale. Le pagine della sua autobiografia, Giorni lontani, nelle quali racconta della vita al fronte sono tra le più belle di un libro che di pagine belle ne conta moltissime. Tornato alla vita civile, Vita-Finzi studia e lavora nella Torino dei biennio rosso, incrocia il quasi coetaneo Gobetti e sfiora Gramsci, senza mai cadere sotto la fascinazione né del primo né tantomeno del secondo: «Se ammiravo l’intelligenza e la vertiginosa attività di Gobetti», scrive in Giorni lontani, «le sue idee mi avevano sempre lasciato perplesso: per quanto sia elastica la parola ‘liberale’ non riuscivo a persuadermi che la rivoluzione russa fosse un atto di liberalismo». Rievocando quegli anni torinesi in una lettera a Sergio Caprioglio del 2 marzo 1973, Vita-Finzi ironizzerà su quei Consigli di fabbrica che avrebbero dovuto «costituire l’impalcatura del futuro Stato Comunista, l’ossatura del nuovo Ordine Sociale»; e osserverà:
È interessante analizzare qui quella curiosa forma di traviamento del ragionare, che consiste nell’assumere un’immagine, una metafora che meglio serva a lumeggiare il proprio pensiero; e nel prenderla poi sul serio, dimentichi del troppo, ragionandoci sopra e costruendo tutt’un edificio di assurde conclusioni. Così, ad esempio, poiché un’industria si ramifica in varie fabbriche, e ogni fabbrica si divide in vari reparti, e in ogni reparto si alternano più squadre, ecc., è vero che, se ogni squadra elegge un suo delegato, e tutti i delegati di squadra eleggono il delegato di reparto, e così via sino al vertice, il sistema risultante si può dire ‘aderente alla produzione’. Ma si tratta di un’aderenza del tutto estrinseca e formale, e non se ne può per nulla inferire che, ad esempio, l’eletto del reparto, per il fatto d’essere eletto, acquisti la capacità a dirigere il reparto stesso […]. Invece i comunisti italiani prendono sul serio le loro frasi di «aderenza al processo produttivo», d’«impalcatura d’un nuovo Stato», e via dicendo, e fantasticano «una gerarchia agilmente articolata» in cui ogni gradino sia formato da eletti (revocabili a ogni momento!) del gradino inferiore, fermamente credendo che con questo sistema si possano dirigere le grandi industrie di un grande paese.
Laureatosi in giurisprudenza a Roma, fa per qualche mese l’assistente universitario alla Bocconi, poi il giornalista per il «Corriere mercantile» di Genova; nel 1924 vince il concorso diplomatico ed entra nei ruoli del Ministero degli Esteri. La carriera lo porta in Germania, in Tunisia, nel Caucaso, poi più lungamente in Argentina e Australia. Non era un libero intellettuale, libero anche di non lavorare per vivere, ma un Beamter; perciò la sua fedeltà all’Italia non poté non essere, per una parte della sua vita professionale, anche fedeltà allo Stato fascista. Attraversò, ha scritto Spadolini, «quel processo, comune a gran parte degli ebrei italiani, di adattamento a un regime che, a dispetto della sua involuzione autoritaria, sembrava escludere ogni rischio di degenerazione antisemita: quel regime, per capirci, dove Mussolini, conversando con Emil Ludwig, esaltava le virtù nazionali degli ‘ebrei’ e sottolineava la profonda relazione tra giudaismo e Risorgimento, tra sionismo e patria italiana». Questa fedeltà lo portò tra l’altro a combattere in Spagna col contingente militare italiano a fianco dei franchisti; e di quella esperienza e dei suoi postumi parlerà con amarezza, ma non per chiedere scusa, nelle sue memorie, Giorni lontani: «Non avevo più la vitalità e la freschezza dei diciott’anni [quando aveva combattuto da volontario sul Grappa]; e tutto sommato ricordo malvolentieri quella poco felice iniziativa, che mi sarebbe stata aspramente rimproverata più tardi, quando di tutti gli avvenimenti s’accettava con compunzione la versione imposta dagli ‘intellettuali organici’». Nel 1938 le leggi razziali lo costringono a lasciare il ministero e a tornare, ma stavolta da esule, in Argentina. Qui fa un po’ di tutto per mantenere la moglie e i due figli, e tra l’altro fonda, dirige e in buona parte compila una rivista, «Domani», che raccoglie testimonianze e speranze degli italiani antifascisti che avevano riparato nelle Americhe: Carlo Sforza, Max Ascoli, Rodolfo Mondolfo tra gli altri (ma non solo gli italiani, dato che a «Domani» collaborano anche scrittori come Stefan Zweig, H. G. Wells e Ernesto Sabato, i cui romanzi Vita-Finzi tradurrà nel dopoguerra). Al rientro in Italia, nel 1947, Vita-Finzi torna nei ranghi del Ministero degli Esteri: è console a Londra, poi ministro plenipotenziario in Finlandia, quindi ambasciatore in Norvegia e in Ungheria. Va in pensione nel 1965, muore nel 1986. In margine alla professione – ma in realtà anche prima e dopo la professione, durante tutta la sua esistenza – Vita-Finzi svolge un’attività di letterato e pubblicista che sarebbe riduttivo definire originale. Gli esperti di letteratura lo conoscono soprattutto perché nel 1927, non ancora trentenne, pubblica una Antologia apocrifa, cioè una raccolta di parodie di autori contemporanei, in prosa e in verso, già in parte uscite su «L’Italia che scrive» di Formìggini (è celebre tra tutte la pagina dedicata a Giovanni Gentile: pagina che sembra parodica, per la tortuosità e l’evanescenza dei concetti, e che invece Vita-Finzi aveva copiato pari pari da un saggio del filosofo). Nelle sue memorie, Vita-Finzi parla con modestia di questo esordio:
Uno tuttavia dei miei tentativi letterari ebbe qualche successo: la serie delle parodie iniziate sull’«Italia che scrive» con un calco accentuato dello stile di Massimo Bontempelli. A un certo punto, raggiunta la trentina, fu possibile riunire quei pezzi in due volumetti all’insegna d’una frase di Carducci, «Parodia è riconoscimento della poesia» […]. Rigorosamente limitata agli scrittori italiani del Novecento, l’antologia – e in questo si vide una novità – includeva accanto a poeti e romanzieri anche storici, economisti, filosofi; alla critica della forma s’aggiungeva in alcuni casi quella del contenuto.
Ma al di là del successo che arrise al libro (due successive edizioni accresciute, nel 1961 e nel 1978), l’Antologia apocrifa è un capolavoro dell’intelligenza e del talento mimetico, memorabile soprattutto in quelle pagine, tante, che castigano i vizi italiani del bellettrismo e della retorica (tra i vertici, la languorosissima Convalescenza di uno pseudo-Ungaretti); e a dare la misura della sua qualità possono forse valere i pareri (inediti) di due lettori d’eccezione, Umberto Eco e Gianfranco Contini:
agosto 78 Caro dr. Vita-Finzi, ho trovato con ritardo le Sue lettere (e nel frattempo ho visto che l’amico Paolo Milano è tornato alla carica  sull’Espresso parlando del Suo libro). Come avrà notato, dalla partenza di Ottone non scrivo più sul Corriere della Sera. Collaboro ora con Repubblica, ma in quella sede confidavo che l’articolo l’avrebbe fatto Laura Lilli, con la quale se ne era parlato. Nel 1963, quando avevo pubblicato il mio Diario minimo, che contiene alcune parodie letterarie, era stata proprio Laura Lilli a dirmi che dovevo leggere l’Antologia Apocrifa, e da allora ero diventato Suo fervente ammiratore. Aggiungo che sono stato io, nel commissionare ad Almansi quello che poi sarebbe divenuto Quasi come, a ricordargli l’Antologia Apocrifa; e in quella circostanza sono stato sempre io a insistere con gli amici della Bompiani perché si prendessero contatti con Ceschina [l’editore dell’ultima ristampa dell’Antologia nel 1961, ndr]. Quindi sappia che non mancherò di ri-citare il Suo libro ogni qual volta che se ne presenterà l’occasione (anche se in questi mesi sarò assente dall’Italia e ridurrò la mia collaborazione a giornali). Cordiali saluti dal Suo Umberto Eco

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Firenze (pro tempore Pian dei Giullari 71), 26 maggio 1979 Caro Vita-Finzi, so che dovrei darLe del Magnifico Ambasciadore, ma mi consenta di avvicinarmi a Lei, tanto più che l’appiattimento cronologico mi mette ormai dalla parte dei “plus de” (solo ricorrendo al belga o allo svizzero potrei essere un “moins de”: un “moins de septante ans”). Il gioco sarebbe inameno se non fosse che la mia ammirazione per Lei risale davvero a quando ero un molto “moins de vingt ans”: la Sua esistenza mi fu insegnata dalla primissima Fiera letteraria, dove ricordo un altro bravissimo pasticheur (in italiano tradotto dal francese), Alberto Cecchi. Le sono grato di avermi fatto avere l’ultima edizione di quello che conta, ormai lo sappiamo (da quando sappiamo che i Pastiches et mélanges sono il miglior libro della critica francese in questo secolo), fra i prodotti eccellenti della critica contemporanea. Ciò che osta al riconoscimento non direi che sia tanto una questione di ‘generi’ (in actu anziché artifex additus) quando la voluttà che spira dalle Sue (Sue?) pagine. La soddisfazione è troppo intensa perché si riesca a separare l’autore. Bisognerebbe ripetere altrettante volte l’operazione che Spitzer fece per i Drolatiques. Un’altra difficoltà è l’uniformità nella quantità di riuscita. Se uno legge nell’ultima parte per esempio il Pareto, è certo tratto a prenderlo per il Suo capolavoro, ma se si sfoglia ci si avvede immediatamente di quanto si sarebbe ingiusti con l’altra folla che preme, macché preme, si insinua alle porte. Forse aveva ragione Pancrazi di preferire i pezzi di prosa, ma d’altra parte lui stesso, magari per diffidenza di sé, in proprio era portato alla prosa. Erano mesi che volevo e dovevo scriverLe. Fastidî di ogni sorta me l’hanno impedito. Le risparmio i particolari: la mancanza di euforia è una forma di sporcizia. Voglio solo dirLe che le alcune fautes de frappe sono, come sempre, un pessimo sintomo; ma tutto fuorché l’atroce correzione degli Americani. Tarde non furon mai ecc., per tornare al principio, ma a ruoli rovesciati. Mi scusi e mi creda il Suo crescentemente estimatore Gianfranco Contini
Negli anni vissuti all’estero come console e ambasciatore, Vita-Finzi annota, raccoglie, studia, scrive. È come se il tempo libero lasciatogli dalla professione dovesse essere riempito dalla scrittura e dalla lettura, cioè come se questa, non l’altra, fosse la sua autentica vocazione: come se il diplomatico avesse imposto le sue leggi al letterato, e questo approfittasse di ogni occasione, di ogni vacanza dall’ufficio, per riprendersi i suoi diritti. Basta camminare tra gli scaffali della Fondazione Spadolini «Nuova Antologia» che contengono parte del suo lascito (è qui che si trovano, tra centinaia d’altre, le lettere di Eco e di Contini) per avere la misura di questa autentica bulimia intellettuale. Vita-Finzi leggeva e ritagliava – di storia e politica italiana e internazionale, ma anche di letteratura – e archiviava tutto in cartelline e faldoni con uno scrupolo che nella nostra epoca psicoanalitica potrebbe far sospettare un disturbo ossessivo-compulsivo, ma che è invece soltanto normale acribia borghese e piemontese. E in questa ricca, eterogenea biblioteca, ecco anche lo scaffale delle sue opere, preparate negli anni del servizio all’estero e portate a termine e pubblicate in quelli della pensione. Quasi tutti i viaggi e i soggiorni all’estero danno a Vita-Finzi spunti per la scrittura. Alla Germania di Weimar dedica pagine splendide di Giorni lontani. All’Australia, un reportage da Canberra, freschissima capitale dello Stato (1937). E dall’esperienza argentina ricaverà il saggio Perón mito e realtà (1973). Console a Tbilisi nella seconda metà degli anni Venti, racconta la sua esperienza in un Diario caucasico che esce nel 1975 per Ricciardi (all’Unione Sovietica aveva già dedicato il volume Terra e libertà in Russia, 1972; e quarant’anni prima, sotto lo pseudonimo di Peregrinus, il dossier Grandezza e servitù bolsceviche. Sguardo d'insieme all'esperimento sovietico, 1934). È vero che ebbe la fortuna di trovarsi in luoghi interessanti in anni interessanti; ma per accorgersene bisognava essere curiosi e intelligenti, e per scriverne bisognava avere la pazienza di studiare, imparare le lingue, parlare con gli abitanti del luogo, prendere appunti. Vita-Finzi fece tutto questo con la passione dello scrittore e lo scrupolo dell’erudito, ma con in più un’esperienza del mondo che gli dava un vantaggio notevole sugli intellettuali italiani suoi contemporanei. Possedeva cioè un’aggiornata cultura internazionale in anni nei quali avere un’aggiornata cultura internazionale, in Italia, al di fuori di certi ristrettissimi circoli universitari, era rarissimo. Il suo carteggio con Arrigo Cajumi, l’unico pubblicato sinora, brulica di libri sfogliati o letti e di nomi di scrittori e pensatori stranieri con i quali è probabile che pochissimi italiani della loro generazione avessero familiarità. E del resto, anche senza frugare tra le sue carte, è sufficiente leggere Giorni perduti per misurare l’ampiezza della sua informazione e l’attenzione con cui seguiva la situazione politica contemporanea. Per un giudizio esauriente c’è poi da tenere conto della sua attività di pubblicista: che comincia già negli anni del servizio diplomatico (collaborazione al «Mondo» tra il 1954 e il 1958), e si fa più intensa – con elzeviri, reportage di viaggio, commenti sulla politica internazionale, talvolta, come il libro suddetto, firmati con lo pseudonimo Peregrinus – a partire dalla metà degli anni Sessanta, quando Vita-Finzi rientra in Italia (collaborazione al «Resto del Carlino» nel biennio 1967-68; poi dal 1968 al 1972, su invito di Giovanni Spadolini, al «Corriere della Sera» e alla «Nuova Antologia»). E infine c’è la già citata autobiografia, Giorni lontani. Appunti e ricordi (uscita postuma per Il Mulino, 1989). Genere poco italiano, o di cui gli italiani illustri generalmente abusano per sfogare il loro narcisismo (ho in mente certi memoir soporiferi di professori universitari la cui avventura più insigne è stato un cambio di residenza, una cattedra a Cagliari barattata con una cattedra a Pavia); e invece Giorni lontani è un capolavoro, è il secolo breve raccontato da chi c’era e lo ha attraversato tenendo gli occhi bene aperti, e lo ha saputo descrivere. Si può osservare che questi occhi aperti non gli risparmiarono errori, ed è evidentemente così. Ma se è vero che Vita-Finzi non seppe riconoscere per tempo il diavolo che aveva in casa, niente nei suoi articoli e nei suoi libri induce a pensare che a questo diavolo abbia mai tributato più dell’omaggio che gli era imposto dalla sua carica (e tra gli obblighi della carica rientrava anche l’attività di informazione al Ministero degli Interni circa i fuoriusciti comunisti in Unione Sovietica, come documenta Giorgo Fabre in Roma a Mosca. Lo spionaggio fascista in URSS e il caso Guarnaschelli, Dedalo 1990). Come memorialista, Vita-Finzi ha due qualità che lo rendono particolarmente simpatico. La prima è che non si lamenta mai, neanche quando sul Monte Grappa gli tocca dormire all’addiaccio o raccogliere i cadaveri dei suoi commilitoni («… in quel silenzio, quel gelo e quella luce pensai orgoglioso: “ecco, così finisce il 1917: ho diciotto anni, sono ufficiale d’artiglieria, sono qui al fronte, sto benissimo, non è meraviglioso?”; e mi sentii pieno di felicità»); neanche quando le porte delle maggiori sedi diplomatiche non gli si spalancano di fronte, e la sua carriera non prende veramente la piega che si era augurato, anzi che si era meritato prendesse; e neanche quando anche la carriera parallela del letterato-saggista si rivela avara di soddisfazioni. L’Antologia apocrifa gli guadagnò infatti un certo numero di dotti estimatori, ma non un pubblico; e i suoi saggi non ebbero vera risonanza, i grandi editori non lo cercarono mai, né – dopo la breve parentesi del «Corriere della Sera» – lo cercarono i grandi giornali. Nelle ultime pagine di Giorni lontani stringono il cuore gli appunti relativi alla scarsa circolazione delle sue opere:
Pubblicato da un editore importante e opportunamente lanciato, il volume così tempestivo [si parla del saggio su Perón] avrebbe potuto destare curiosità, vendersi bene, esser tradotto in varie lingue. Ma la modesta Pan editrice non aveva modo di distribuire con ampiezza le sue pubblicazioni, né aveva relazioni internazionali. Malgrado le buone recensioni il mio lavoro ebbe poca eco, e non fu utilizzato dai successivi biografi di quel singolare personaggio […]. Poco dopo la Casa editrice Bompiani per iniziativa di Umberto Eco mi proponeva una ristampa [dell’Antologia apocrifa]. Il libro uscì nel 1978, e ancora una volta dovetti constatare il divario tra il giudizio molto favorevole della critica e la scarsa diffusione del mio lavoro.
E la stessa nota d’elegia affiora, proprio, nelle righe conclusive, nell’accenno ai timidi, tardivi segni d’interesse da parte dell’accademia (Vita-Finzi aveva 68 anni, e sull’argomento del simposio di cui si parla nell’appunto era, si può ben dire, un’autorità):
In quello stesso anno [1967] fui invitato a un simposio sul fascismo dell’Università di Reading, e sull’atteggiamento degli intellettuali italiani verso il regime vi lessi un saggio, ora compreso in un volume pubblicato a Londra. Partecipai a qualche innocua tavola rotonda, feci alcuni viaggi, sempre più brevi, e alla fine mi decisi a scrivere queste memorie.
Insomma, una parte del piacere che si avverte leggendo Giorni lontani è dovuta al fatto che l’autore mette spontaneamente la sordina tanto alle tragedie storiche quanto a quelle personali. Vita-Finzi attraversa un secolo doloroso, e ne riceve la sua razione di dolore: la prima guerra mondiale combattuta in trincea, una sorella sparita nel gorgo di Bergen Belsen, una moglie morta giovane, le leggi razziali che lo mandano in esilio, una carriera che non sembra davvero appagarlo. Ma tutto questo non lo rende mai querulo. Ho usato sopra la parola spontaneamente: lo stoicismo di Vita-Finzi non è una posa. Leggendo le sue pagine non si avverte mai il compiacimento che ogni tanto affiora nei memoir di coloro che, dopo aver vinto infinite, e per lo più immaginarie, difficoltà si guardano indietro per contemplare, rasserenati, la strada che li ha portati al successo. Il fatto è che Vita-Finzi non ebbe successo, o – e agli effetti della felicità o dell’infelicità è lo stesso – non ebbe il successo che riteneva di meritare e che, se il valore delle sue pagine dice qualcosa sul valore dell’uomo, certamente avrebbe meritato. Fu un diplomatico di seconda fila, forse anche per una certa refrattarietà alle consorterie, alle cordate messe a punto nei corridoi del ministero («… Questi solerti colleghi avevano intuito che in Italia l’amministrazione s’andava sempre più intrecciando con la politica, e promettendosi reciproco appoggio avevano creato una specie d’ufficio d’aggancio con il partito più potente, la Democrazia cristiana»); e, conclusa la carriera di ambasciatore, le sue idee moderate, cautamente liberali, non trovarono ascolto nell’Italia nevrastenica degli anni Sessanta e Settanta. La serenità che si apprezza in certe pagine di Giorni lontani è quella del saggio, ma anche quella del rassegnato. La seconda bella qualità del memorialista è che Vita-Finzi antepone il racconto degli eventi di cui è stato testimone al racconto della sua vita e delle sue opinioni, cioè non parla mai troppo a lungo dei fatti suoi («mi asterrò sempre in questi ricordi dall’accennare a fatti privati […]: tali sentimenti possono ispirare capolavori d’indagine e di penetrazione psicologica a un vero scrittore, ma altrimenti il parlarne è insignificante e può risultare ridicolo»). L’io c’è, non potendoci non essere, in un’autobiografia, ma non ha neanche una briciola di quella petulanza o di quel gusto per l’esibizione che si trova in quasi tutti i memorialisti contemporanei: tanto più petulanti ed esibizionisti quanto più scontate e laterali sono state le loro esistenze. Al contrario, il personaggio che dice io – e che comunque ha attraversato due guerre, l’esilio e infiniti traslochi in un’epoca in cui passare da un continente all’altro non era da tutti – ha il dono raro dell’understatement e dell’autoironia. Le vanterie sono piccole vanterie: per aver fatto il tema migliore al concorso diplomatico, per aver ricevuto gli elogi di Cantimori o di Eco. Le delusioni della libertà è infine, come accennavo, il libro militante di Vita-Finzi, quello nel quale egli si propone di mostrare come negli anni a cavallo tra Otto e Novecento la causa della democrazia liberale sia stata tradita da quegli intellettuali italiani e francesi che si lasciarono sedurre ora (a sinistra) dal mito del popolo e della nazione, ora (a destra) da quello dell’élite virtuosa e dell’uomo forte. I diciotto capitoli del libro affrontano ciascuno, con un’impressionante ampiezza di documentazione ma senza verbosità, il pensiero di uno di questi intellettuali. S’intende che la sintesi ha un costo: figure e problemi su cui si sono scritte biblioteche intere si trovano compendiati in medaglioni di poche pagine; e il pensiero di intellettuali complessi come Croce, Pareto o Mosca viene considerato solo nella prospettiva della loro affiliazione al club dei ‘precursori del totalitarismo’. C’è insomma una certa unilateralità: ma è quella che si trova sempre là dove il saggista non si limita alla dossografia. Ma al di là delle critiche che si possono muovere a questa o a quella pagina, a questo o a quel giudizio troppo perentorio (su autori che Vita-Finzi conosceva di prima mano, e citava da lettore, non da studioso, senza la mediazione della bibliografia secondaria), il libro regge. Sul Croce antidemocratico e antiparlamentare, per fare solo uno dei tanti esempi possibili, ciò che scrive Vita-Finzi precorre ciò che scriverà più tardi Bobbio nel Profilo ideologico del Novecento italiano. E regge, più in generale, l’idea che riflettere sul ruolo degli intellettuali nella formazione e nella direzione dell’opinione pubblica sia un ottimo modo per spiegare certe pieghe del carattere nazionale alla prova della Storia: vanno lette in questa prospettiva, la prospettiva della formazione se non del consenso di una Stimmung favorevole alla virata autoritaria del primo dopoguerra, oltre a Le delusioni della libertà, le pagine di Giorni lontani dedicate a Vamba, il creatore di Gianburrasca e il fondatore e direttore del «Giornalino», che contribuì a plasmare le menti di due generazioni di combattenti: «Dichiarata la guerra all’Austria – scrive Vita-Finzi – quasi tutti gli abbonati del “Giornalino” si trovarono ufficiali di complemento, e si può dire che Vamba ne avesse formato i quadri». Chiedersi come certe opinioni, certi stati d’animo, transitando dalle scrivanie degli intellettuali alle coscienze delle persone comuni, producano certe azioni: è un modo intelligente di fare storia delle idee, se la storia delle idee vuol essere qualcosa di più di un elenco di libri e riviste. Provvisto di un’impressionante cultura letteraria, Vita-Finzi non amava però troppo i letterati, soprattutto quando pretendevano di trasferire le idee apprese dai libri nella realtà, anzi nell’amministrazione dello Stato, pretesa che gli intellettuali italiani portavano e ancora portano impressa nel loro corredo genetico, onde quella miscela di idealità, velleitarismo e idiozia che affiora spesso nelle loro pagine più ispirate. «Alcune singolarità – scrive – colpiranno chi sfoglierà queste pagine […]: il connubio fra politica e letteratura, molto più sensibile nei paesi latini che in quelli anglosassoni o nordici. I predicatori di grandiose rivolte o di radicali riforme di cui si fa cenno in questo libro sono sovente dei letterati e dei poeti, senza nessuna esperienza d’amministrazione e di governo». Questi visionari dediti alla causa dell’umanità erano in realtà, osserva Vita-Finzi le più zelanti vestali del culto della forza: «La violenza, la guerra, la rivoluzione erano il sogno vago, deliziosamente tormentoso degli intellettuali di quell’epoca, che oggi ci sembra felice perché viveva in relativa pace». Nelle Delusioni della libertà, come nel saggio Gli intellettuali e il fascismo scritto una decina d’anni più tardi, l’intenzione di Vita-Finzi non è solo quella di svelare le simpatie autoritarie degli intellettuali francesi e italiani ma anche quella di mostrare come il giudizio sugli ideali politici e sugli eventi storici muti non solo col mutare di colui o colei che esercita il giudizio, ma anche col progressivo manifestarsi delle conseguenze, ideali e pratiche, di quegli eventi. E per corroborare il suo punto di vista cita un brano di Macaulay nella History of the Revolution in England che si conclude con la frase: «Un uomo che avesse mantenuto la stessa opinione sulla Rivoluzione nel 1789, nel 1794, nel 1804, nel 1814 e nel 1834 sarebbe stato o un profeta ispirato dall’alto, oppure un emerito imbecille». Commenta Vita-Finzi: «Questa metafora si può applicare a molti eventi storici che abbracciano lunghi periodi. Il fascismo popolare del 1919-20, ‘tendenzialmente repubblicano’ e anti-clericale era molto diverso dal regime totalitario dalla mano forte di vent’anni dopo; è facile comprendere come alcuni intellettuali ne possano essere stati inizialmente attratti e poi lo abbiano ripudiato». E s’intende che si tratta anche di un’auto-apologia: l’equivoco circa il fascismo tendenzialmente repubblicano fu anche suo, anche lui partì per la Spagna per battersi a fianco dei franchisti. «Mi avevano ingannato – mi ero ingannato – nel giudicare uomini e fatti», scrive amaramente, facendo un bilancio di quegli anni. Le delusioni della libertà ebbe, nei primi anni Sessanta, una certa risonanza. Lo recensirono, tra gli altri, Togliatti e Chiaromonte; Delio Cantimori ne scrisse ampiamente su «Itinerari». Non si può dire che gli autori toccati da Vita-Finzi fossero sconosciuti in Italia, ma è un fatto che – come nota con soddisfazione l’autore nella prefazione alla ristampa del 1979 – dopo l’uscita del suo saggio si ristamparono, rientrarono in circolo sia la Storia di quattro anni di Daniel Halévy sia gli scritti politici di Giuseppe Rensi. Quanto all’opportunità di riprenderlo in mano oggi, il rischio è che, anziché leggerlo come una riflessione intorno a certe tendenze spirituali che riaffiorano di tempo in tempo nella storia della civiltà europea, lo si legga come una premonizione: tanto l’atmosfera che respiriamo assomiglia a quella nella quale vissero gli ‘inconsci precursori’ descritti da Vita-Finzi. Per esempio:
Demos, d’altro lato, è nemico della competenza, e cioè della specializzazione nelle funzioni, perché vuol fare tutto da sé, senza intermediari; il suo ideale sarebbe il governo diretto come ad Atene, quello che Rousseau chiamava ‘la democrazia’. Di tanto in tanto accarezza l’idea del mandato imperativo, che trasformerebbe i rappresentanti del popolo in semplici commissionari: comunque, cerca di nominare dei rappresentanti che gli assomiglino tanto da fare istintivamente quel che esso stesso farebbe se fosse un immenso corpo legislativo. E per forza deve appoggiarsi a quelle persone che hanno scarse idee personali, mediocre istruzione e nessun’altra risorsa al di fuori della carriera politica, cosicché sono inclini da un lato, e obbligate dall’altro a interpretare i desideri e seguire le passioni della folla.
Come non pensare alle ‘ribellioni delle masse’ che hanno scandito la storia occidentale degli ultimi anni? Ma questa non è la voce di Vita-Finzi: è la voce allarmata e irritata di Émile Faguet, che nel Culto dell’incompetenza evoca la forza che saprà incatenare questo «Demos». Non è questo il punto di vista di Vita-Finzi, che si trova invece nella scomodissima posizione di chi diffida tanto dei fanatici russoviani quanto dell’élite dei ‘competenti’ che dovrebbe rimettere le cose in ordine. In conclusione, qualcosa va detto intorno alla qualità della scrittura di Vita-Finzi. Le pagine delle Delusioni della libertà sono ricche d’informazioni tanto quanto la migliore prosa accademica, ma di quest’ultima non hanno i difetti: niente lungaggini, niente vane schermaglie sui concetti, niente timidezze nel giudizio. Vita-Finzi adopera la bibliografia non per farsi forte delle opinioni altrui ma per corroborare opinioni che ha ben chiare nella testa; e in più ha il dono della sintesi, dono raro soprattutto tra i saggisti italiani. La prosa di Giorni lontani ha lo stesso nitore di quella di Le delusioni della libertà, salvo che raccontare la propria vita non è come parlare degli equivoci e dei tradimenti degli intellettuali del primo Novecento, e la fluidità dello stile si arricchisce così di altre armoniche. In particolare, una vena umoristica, ironica e autoironica, attraversa l’intero libro. Ci si domanda quale altro letterato italiano avrebbe saputo scrivere di sé e del tempo che ha attraversato con tanta levità e understatement, e vengono in mente pochissimi nomi; ma è chiaro che il liberale Vita-Finzi appartiene, anche per la qualità della sua pagina, alla famiglia degli scettici, degli anti-ideologici trovatisi a vivere nel paese delle ideologie: uomini come Flaiano, Savinio, Brancati. Rispetto a loro, Vita-Finzi ha ovviamente una vocazione di scrittore meno spiccata; ma ha anche un carattere meno amaro e meno incline al cinismo. Leggendo quei grandi scrittori ci si trova spesso a maledire, scuotendo la testa, la stupidità degli esseri umani, e degli italiani in ispecie. Nelle pagine di Vita-Finzi non manca quasi mai, invece, una certa affettuosa comprensione anche per gli idioti o gli illusi: forse perché dall’idiozia e dalle illusioni sapeva di non essere stato immune. E una mano la danno senz’altro i generi letterari: il saggio sui costumi alla Flaiano implica che i costumi si censurino, o per lo meno s’irridano da una posizione di superiorità; il diario da un paese straniero e l’autobiografia sono invece generi freddi, che danno la possibilità di vedere le cose con distacco, anche con magnanimità. Paolo Vita-Finzi possedeva queste virtù, rarissime tra gli intellettuali italiani.