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A Belgrado, 20 anni dopo Dayton

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 22 novembre 2015

Arkan 2

Primo aneddoto: Pola, Croazia, oggi. Un gruppetto di turisti serbi s’iscrive alla visita al teatro romano. È tardi, però, e l’unica guida rimasta è quella che parla croato. Il gruppetto di serbi si avvicina; la guida, giovanissima e gentile, li avverte: «Venite senz’altro, ma tenete presente che parlerò croato, pensate di poter capire?».

Sono passati vent’anni esatti dagli accordi di Dayton che hanno chiuso la guerra nella ex-Jugoslavia, e ho domandato ai miei commensali a Belgrado – insegnanti e giornalisti – che cosa hanno voluto dire quegli accordi, per loro, e com’è cambiata la vita nell’ex-Jugoslavia da allora. L’aneddoto è la loro risposta. Fa sorridere, perché per tutti i presenti è ovvio che un gruppo di turisti serbi è perfettamente in grado di capire il croato: è praticamente la stessa lingua. Non è ovvio, invece, per un’adolescente croata cresciuta dopo la guerra, perché in questi anni in Croazia si è fatta una politica linguistica aggressiva, che ha cercato di approfondire le piccole differenze tra serbo e croato, di rinominare in un croato per lo più immaginario oggetti che fino a ieri venivano chiamati con nomi percepiti oggi come ‘troppo serbi’. Si era sempre detto pasoš, per passaporto, adesso bisogna dire putovnica.

Ma in fatto di nazionalismo i serbi raramente restano indietro. Secondo aneddoto. Belgrado, oggi. Uno studente presenta una domanda per una borsa di studio. La domanda gli viene respinta non perché ci sia qualcosa che non va nel contenuto, ma per la forma, anzi per la grafia: è scritta infatti in caratteri latini, mentre l’amministrazione serba accetta soltanto documenti in caratteri cirillici, bisogna ripresentarla. Il cirillico è ‘parte dell’identità serba’, e le questioni identitarie possono non essere più casus belli, ma restano questioni di principio (che poi i serbi intelligenti, allenati da decenni di nicodemismo, trovino mille modi per aggirare anche le questioni di principio, è un altro discorso).

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