Istruzione

Lavorare in perdita nella scuola

  di Mauro Piras

Che cosa resta del lavoro dell’insegnante? Che cosa resta delle ore che un docente passa in classe con i suoi allievi, delle parole che dice, dei discorsi che ascolta, dei rapporti che intesse con i ragazzi? Molti insegnanti, se interrogati, direbbero “poco”, al massimo il ricordo nel tempo, da parte di un ex allievo incontrato dopo anni, di un maestro che “ti ha dato qualcosa”. La nostra cultura, nel rapporto con il lavoro, sembra privilegiare il modello dell’artigiano: resta di un lavoro il prodotto che si fa, il manufatto. Sotto il primato del pensiero rappresentativo e della cultura astratta, che ha dominato la nostra civiltà, il modello dell’artigiano si incarna nelle opere intellettuali: quando si pensa a un’attività non manuale, il suo compimento viene sempre individuato nel prodotto finito, nel libro, nell’opera d’arte, nella composizione musicale, ecc. L’attività non è in perdita se resta qualcosa di oggettivato.

Nel caso in cui il tipo di attività sociale non sia finalizzata principalmente alla produzione di “oggetti”, il modello dominante è quello delle “posizioni”: una attività lavorativa trova il suo compimento se si ottengono titoli e posizioni, quindi se si costruisce una carriera. Quello che viene oggettivato qui è il ruolo sociale, irrigidito nella certificazione del titolo. Il valore sociale dell’attività e della persona, tramite il medium del mercato, è definito dall’altezza della retribuzione.

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Istruzione

A chi mai può stare a cuore l’uguaglianza a scuola?

  di Claudio Giunta

[www.tamtamdemocratico.it – luglio 2011]

Una sera sorprendo me stesso – una persona mite, una persona che ha studiato – a tirare una ciabatta contro il televisore, mentre su La7 un deputato di destra e un deputato di sinistra parlano di scuola. Ma non la tiro mentre parla il deputato di destra. La tiro quando il deputato di sinistra interrompe una signora chiaramente non-abbiente e non-colta che si sta lamentando perché nella scuola media pubblica frequentata dal figlio, in una cittadina qualsiasi della cintura milanese, gli immigrati rallentano le lezioni perché non parlano italiano, o perché non studiano, o perché fanno casino. E dopo averla interrotta, il deputato di sinistra le grida “Razzista! Questo è razzismo! Lei è razzista!”. Parte la giusta indignazione della donna: “No, io non sono razzista! Dov’è che devo mandarlo mio figlio, eh? Me lo dice?”. Parte la giusta risata del deputato di destra: “Ma guarda che così finiscono per votarvi soltanto nei salotti, eh!”. Parte la ciabatta.
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Istruzione

“Quelli che però è lo stesso” di Silvia Dai Pra’ e “Il ruggito della madre tigre” di Amy Chua

  di Claudio Giunta

[Saturno, 13 maggio 2011]

In un paese meno distratto nel nostro, Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Pra’, diario di una giovane insegnante in una scuola professionale della periferia romana, avrebbe una risonanza non molto diversa da quella che ha avuto Gomorra. O anche maggiore, dato che la camorra riguarda solo un pezzo del paese, e uno può vivere tutta la vita senza mai vederla da vicino, mentre la scuola riguarda tutti.

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Università

Sulla riforma universitaria

  di Filippo Pontani

… Una signora che ha fatto l’esame di avvocato alla chetichella in quel di Catanzaro non ha alcun titolo per invocare la meritocrazia, né per raddoppiare l’orario o decurtare gli stipendi a chicchessia (nemmeno, tengo a dirlo, ai dipendenti amministrativi e al personale tecnico). Non poche di queste e consimili proposte sono simili a quelle avanzate dall’Associazione Nazionale dei Docenti Universitari, sul cui sito il dibattito prosegue, caldo e libero, da anni ormai. Ma sta a una nuova generazione, io credo, approfondire, correggere e attuare le linee-guida che fin qui sono rimaste lettera morta.

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Sulla riforma universitaria

Università

La nostra sconcertante mancanza di materialismo

  di Claudio Giunta

Dividerò queste brevi considerazioni sui problemi dell’università in tre parti. In ordine d’importanza e di gravità: (1) strutture, (2) docenti, (3) studenti. Premetto che saranno considerazioni molto concrete, niente affatto tecniche, nate dall’osservazione di come l’università funziona e non dallo studio di ciò che l’università come istituzione è stata, è e potrebbe essere; e che saranno le considerazioni di un docente della facoltà di Lettere e Filosofia: talvolta generalizzabili, talvolta no.

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La nostra sconcertante mancanza di materialismo

Cultura e società

C’è qualcuno che rimpiange gli ittiti?

  di Claudio Giunta

… Parlando di quest’argomento, di questa rivoluzione culturale in uno dei suoi ultimi saggi, Richard Rorty si è domandato: «Forse che rimpiangiamo la cultura degli ittiti?». Intendendo dire che molte altre cose, molti altri nuovi problemi ma anche molte altre nuove risposte sono venute dopo gli ittiti, e noi, i posteri, degli ittiti non abbiamo alcun rimpianto. Può darsi che, presi in mezzo al flusso, noi persistiamo a rimpiangere, idealizzandole, le cose meravigliose che ci sembra di perdere, mentre non vediamo, o non diamo abbastanza importanza alle nuove cose meravigliose che riempiono ogni giorno il nostro mondo. E certamente anche così…


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Cultura e società

Dante nel pomeriggio

  di Claudio Giunta

È proprio necessario tanto Dante a scuola?

L’idea di tenere aperte le scuole anche al pomeriggio, a beneficio sia degli studenti che hanno bisogno di ripetizioni o di un posto tranquillo per studiare sia dei cittadini adulti interessati a migliorare la loro istruzione (circolare del Ministero della Pubblica Istruzione, 28 agosto 2007), è una buona idea. Invece, quella di destinare una parte dei fondi (due milioni di euro su sessantaquattro) a «percorsi di approfondimento dello studio di Dante» (sic) non è una buona idea. Ma è un’idea interessante perché dice, in un dettaglio, in che cosa consiste secondo chi governa il Paese una buona formazione culturale, e per quali vie la si deve perseguire. Per questo non è inutile riflettere, oltre che sulla cosa in sé, sul concetto che sta dietro alla cosa.

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Dante nel pomeriggio [PDF]