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Ma la filosofia va insegnata proprio così?

di Massimo Mugnai

Il Foglio, 6 aprile 2019

Ogni anno, per quindici anni, durante la mia permanenza alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ho corretto in media circa 120-140 compiti di filosofia per l’ammissione al corso ordinario della Scuola. La SNS ammette a seguire i corsi della Classe di Lettere gli studenti che abbiano ottenuto le migliori medie alle prove scritte e orali (gli scritti sono rigorosamente anonimi). Di solito il numero degli ammessi era intorno a 28; le prove scritte da superare erano tre, in discipline a scelta dello studente, tra quelle insegnate alla Scuola e tre erano le prove orali. Ogni anno, il numero totale dei candidati, che però è cresciuto nel tempo, oscillava tra i 250 e i 300. Come ho detto, 120-140 erano i candidati che sceglievano di fare il compito di filosofia. Di questi, non tutti avevano vocazione filosofica: alcuni sceglievano filosofia perché si sentivano sicuri in questa materia, ma poi magari, una volta ammessi, avrebbero seguito il corso di lingue classiche, storia, italiano, ecc. Per più di 30 anni ho insegnato storia e filosofia della logica  (prima a Firenze, poi a Pisa) e penso di aver chiaro il concetto di ‘rilevanza statistica’: considero comunque un buon test i risultati delle prove scritte, qualcosa insomma dalla quale, se non altro, trarre una morale. Su 120-140 compiti, quelli accettabili, negli anni dal 2002 al 2012, erano di solito non più di 12-15; meno ancora dal 2012 al 2017, anno del mio pensionamento (nel nuovo lessico burocratico ‘messa in quiescenza’). Dopo il mio arrivo alla Scuola, con i colleghi di filosofia decidemmo di rinunciare al tema classico, di tipo ‘liceale’ e di sostituirlo con la scelta di brani di filosofi di diverse epoche – dall’antichità a oggi (più o meno) – che chiedevamo ai candidati di illustrare e commentare. L’esperienza del ‘tema classico’, infatti, ci pareva non desse esiti soddisfacenti: i candidati, nella stragrande maggioranza, riassumevano in maniera stringata e piatta il manuale, per cui era difficile stabilire se avessero davvero interesse per la materia, se fossero in grado di argomentare e se avessero capacità filosofiche. Il periodo delle ‘tracce d’autore’, dei passi da commentare rivelò che quasi nessuno dei candidati, con l’eccezione dei soliti 10 o 12 sapeva come presentare e commentare un testo. Di solito, il candidato standard procedeva così: riassumeva il passo che avrebbe dovuto analizzare, nel migliore dei casi spendeva qualche parola riguardo al significato filosofico del brano e poi partiva inarrestabile sul binario sicuro del manuale. Se il passo era di Descartes, spiegava chi era Descartes attraverso riferimenti biografici, ne riassumeva sommariamente il pensiero, ripeteva in modo enfatico qualche giudizio del manuale adottato al Liceo, infarciva il tutto con osservazioni retoriche ingenue (‘il più grande pensatore dell’epoca moderna’, ‘un vero genio filosofico’, ecc.) e luoghi comuni della filosofia da rotocalco (Nietzsche e Marx ‘filosofi del sospetto’, il ‘dominio della tecnica’ come male supremo dell’epoca contemporanea, Kant che opera una ‘rivoluzione copernicana’, ecc.). In un numero rilevante di casi – quelli che prendevano voti bassi, 2 o 3, per intendersi ma erano legione – alla povertà concettuale si univano incertezza sintattica e sgrammaticature. Frequente ‘un’ privo di apostrofo seguito da sostantivo femminile iniziante con vocale; ‘avvallare’ per ‘avallare’; ‘accellerare’ invece di ‘accelerare’, ‘fatisciente’ per ‘fatiscente’ ecc. Nella maggioranza dei casi, si trattava di compitini striminziti di 3, talvolta 2 mezze facciate di fogli a protocollo, buttati giù nel totale delle 6 ore messe a disposizione dalla Scuola. Non molto ampia la fascia degli elaborati che riportavano la sufficienza. Scarsi, come ho detto, quelli nettamente sopra la media. Siccome fioccavano le insufficienze, fioccavano anche le proteste: dei genitori – ma come, la mia bambina così brava, con 9 a filosofia ha preso 3! - degli stessi candidati, sul web o tramite e-mail ai docenti. Qualche genitore incredulo chiese di vedere il compito, alcuni accompagnati dal Professore del figlio\a maltrattato\a. Ne nascevano situazioni imbarazzanti ma devo dire, di fronte ai dati di fatto, risolte perlopiù in modo civile. Al massimo, qualche genitore risentito minacciava: ‘ha bocciato mio figlio ma sentirà parlare di lui!’ Non veniva specificato per quale motivo. Col tempo, il meccanismo dei brani da commentare diventò sempre più difficile da gestire e, a un numero ridotto di passi d’autore, tornammo ad affiancare il tradizionale tema, del tipo: ‘I candidati illustrino la differenza fra giudizi sintetici e analitici in Kant e spieghino il ruolo svolto dai due tipi di giudizi nella filosofia critica’ (non ricordo di averlo mai dato e l’ho appena inventato, ma dovrebbe rendere l’idea). Gli elaborati diventarono sempre più sciatti e, improvvisamente, venne meno anche il senso della distanza tra docente e discente. Così in un tema di storia fu possibile  leggere che “Ulisse, in fondo era un gran figlio di puttana”! Aumentò anche il numero dei candidati che tentavano di filosofare in proprio, disinteressandosi delle tracce assegnate e lasciandosi andare a esilaranti esternazioni filosofiche nello stile di Heidegger, Cacciari, Severino, ecc. Costante il numero dei poeti, di coloro, cioè che gratificavano la commissione di qualche loro composizione poetica, senza alcuna relazione con le tracce. Alla fine, grosso modo dal 2012 al 2017, rimase quasi soltanto il manuale, da ripetere in maniera pedissequa. All’epoca era obbligatorio portare all’orale ben 3 testi, sui quali riferire, scelti da un elenco online. La scelta era fra brevi classici, tipo I problemi della filosofia di Bertrand Russell, il Discorso sul metodo di Descartes, un capitolo di questo o di quello, ecc. Fu in quegli anni che cominciarono i primi casi di autoriduzione. Numerosi candidati, richiesti di quali testi avessero letto, si limitarono a menzionarne soltanto due. Alla domanda perché non 3, i più rispondevano che non avevano avuto tempo. In sostanza, non è che l’autore si celasse dietro il manuale: l’autore, semplicemente, era scomparso, sostituito dal manuale. Per dare un’idea di quel che era successo, riporto un breve dialogo (credo fosse il 2014, o giù di lì):
Io: C’è un autore che preferisce? Candidato: Sì, Hegel. Io: Ah… e come mai? Candidato: Perché è l’unico che capisco. Io (leggermente stupefatto e un poco preoccupato): Bene… e cos’ha letto di Hegel? Candidato: Niente! Lo conosco dal manuale.
In realtà, dire che il filosofo era sparito, sostituito dal manuale, non è del tutto esatto. Da quando mi ero laureato, agli inizi dei lontani anni Settanta, fino alla fine del secolo, la maggior parte dei manuali di storia della filosofia per le superiori aveva subito un progressivo mutamento: erano cresciuti nella mole e avevano inglobato al proprio interno gli autori – i filosofi oggetto della narrazione - ma in forma di ritagli. La maggior parte dei manuali conteneva brani dei vari classici, alcuni raccolti addirittura in volume separato, altri a conclusione dei vari capitoli. In qualche modo, però, ciò aveva ulteriormente disincentivato la lettura diretta del ‘classico’: non era più necessario esporre lo studente a un testo di Platone, quando era possibile metterlo a contatto col grande fritto misto di (quasi) tutti i grandi filosofi. A questo punto però, è opportuna una breve pausa filosofica, della quale mi scuso anticipatamente. Il giovane Hegel pare fosse ossessionato dallo scetticismo: considerata in sé, come successione di filosofi e teorie filosofiche, la storia della filosofia sembrava spalancare la porta allo scetticismo. Si comincia col filosofo A, al quale segue il filosofo B, che dice il contrario di quel aveva detto A, poi viene C, che era in disaccordo con entrambi, e così via… In questo modo si finisce per non saper più da che parte stia la verità e tutto sembra stemperarsi in una grande zuppa filosofica, senza capo né coda. L’idea geniale di Hegel fu quella di dire che la verità in effetti non stava nei singoli ingredienti della zuppa, ma nella zuppa stessa, che egli chiamava Assoluto, vale a dire nella totalità di tutti gli ingredienti. La semplice raccolta di tutti gli ingredienti, però, lasciava intatto il carattere di zuppa – la tipica assenza di struttura propria di tutte le zuppe – perciò diveniva essenziale trovare un modo per introdurre un’unità, una sorta di filo conduttore, che legasse insieme gli ingredienti. E questo ‘filo conduttore’, altro spunto geniale, per Hegel è Hegel stesso: siccome gli ingredienti della zuppa sono filosofi e teorie filosofiche, vale a dire enti che vivono del e nel pensiero, se uno riuscisse a ripensare il manifestarsi e il succedersi l’un l’altro dei filosofi e delle filosofie, ricostruendone il percorso fino all’ultima filosofia e se mostrasse come quest’ultima filosofia fosse capace di ricapitolare in sé tutte le altre, ecco che la zuppa non sarebbe più un insieme disorganico di ingredienti, ma avrebbe una struttura. Hegel, infatti, pensa la propria filosofia come il culmine e il compimento della storia della filosofia occidentale. Naturalmente, la filosofia dopo Hegel ha continuato a prosperare e la storia della filosofia ha continuato anch’essa, di conseguenza, a svilupparsi. Nessuno, perciò, pensa più che la filosofia hegeliana ne sia il compimento, ma così, di nuovo, si torna alla storia della filosofia come raccolta di opinioni. Si osserverà che la storia della filosofia è per definizione, una disciplina a carattere storico e che come tale deve essere trattata: il suo compito è descrivere il succedersi delle varie posizioni filosofiche e legarle al contesto storico in cui sono state prodotte. E in effetti, questa funzione è svolta con successo in molti manuali. Ma illustrare il contesto in cui è sorta e si è sviluppata una determinata filosofia è un compito diverso da quello di spiegare i nessi interni che ne legano tra loro le parti. Per sua natura, il manuale di storia della filosofia si trova a dover svolgere due compiti: ricondurre le varie teorie filosofiche al loro contesto storico, spiegarne i nessi interni. Fatalmente accade che in molti casi i due compiti si ‘sovrappongano’ e che la riduzione al contesto presuma di essere esplicativa dei nessi concettuali. Torniamo, però, adesso, dopo questa parentesi, al test di filosofia per l’ammissione alla SNS. A suo tempo mi chiesi cosa avesse determinato il peggioramento della qualità dei compiti, a partire all’incirca dal 2013. La mia impressione era che ci fosse stato un peggioramento generalizzato della scuola media superiore, che aveva coinvolto non solo filosofia, ma anche letteratura italiana, storia, ecc. A giudicare dai risultati dei test di ammissione, a salvarsi erano (in parte) soltanto gli insegnamenti ‘più tecnici’ quali greco e latino. Alla prova orale, quello che più mi colpiva era la reazione alla domanda: ‘legge romanzi? Saprebbe indicarmi uno o due degli ultimi che ha letto?’, alla quale di solito il candidato reagiva con stupore, a volte col senso di star subendo un sopruso: non era forse quello un esame di filosofia? Cosa c’entrava la letteratura? Le risposte erano comunque, per un vecchio arnese amante della letteratura come me, assai sconfortanti: al primo posto la Allende, e già era qualcosa, poi quasi esclusivamente autori della tradizione letteraria italiana, Pirandello, Sciascia, Calvino… Qualcuno aveva letto qualcosa di Kafka, pochissimi sapevano anche solo dell’esistenza di Robert Musil, Gadda pressoché ignorato… Da anziano ormai ‘in quiescenza’, posso permettermi di ricorrere all’usurato (e sempre fastidioso, mi rendo conto,) ‘ai miei tempi’. Ebbene, il liceo pre-sessantotto non era molto meglio del liceo di oggi, solo che noi studenti avevamo dalla nostra l’iniziativa privata. Gran parte dei miei compagni magari studiavano poco e male ma leggevano molto (e di tutto: romanzi, saggi, fumetti…). Questo tipo d’iniziativa privata, una sana lettura anarchica, che aiutava a crescere e a conoscere il mondo, sembra scomparso per sempre dall’orizzonte dei ‘giovani d’oggi’ (almeno nel nostro Paese). Riporto qui un altro dialogo tra me e un candidato per dare un’idea del cambiamento.
Io: Lei non mi pare molto interessato, in realtà, alla filosofia. Studente: No, in effetti, io vorrei occuparmi soprattutto di letteratura. Io: Ottimo! C’è un autore che ama in particolare? Studente (con entusiasmo): Certo! Italo Svevo. Io: Ha letto La coscienza di Zeno? Studente: È il mio romanzo preferito! Io: Benissimo, ricorda il finale? È un finale che si presta a considerazioni filosofiche… Studente (con aria mesta): Beh… ecco… però non l’ho letto tutto… mi sono fermato prima della fine…
Riflettendo su tutto ciò, già anni prima della mia ‘messa in quiescenza’, mi sono interrogato a lungo sui motivi di questo peggioramento dell’istruzione erogata alla scuola media superiore (almeno per quello che concerne l’insegnamento della filosofia e delle humanities in generale) e confesso di avere qualche vaga idea in proposito ma di non essere in grado di articolarla con il dovuto rigore. L’unica certezza che ho maturato col tempo è che il manuale di filosofia, l’insegnamento storico-diacronico della disciplina così com’è concepito non abbia più senso. Che senso può avere, infatti, infarcire la testa di giovani che si affacciano al mondo d’oggi con sfilze di nomi e successioni più o meno ordinate di strani individui che sostengono cose perlopiù bizzarre ai nostri occhi, senza dar loro modo di comprendere in maniera adeguata quel che stanno studiando? Così si passa in fretta da quello che crede nel mondo delle idee a quello dell’io penso, a quell’altro che crede ci siano le monadi, a quello della dialettica ‘tesi-antitesi-sintesi’, a quell’altro che dice che senza Dio tutto è permesso, a quello che ha scoperto il predominio della tecnica… ecc. ecc., in un succedersi di ovvietà e luoghi comuni senza sosta. Prendiamo il caso di Leibniz. Per chi sia passato per un qualsiasi istituto superiore in cui è insegnata filosofia, Leibniz è ‘quello delle monadi’ e le monadi sono quelle cose che non hanno ‘né porte né finestre’. Di solito (esperienza personale) questo è quello che si ricorda di Leibniz. Ora, la faccenda delle monadi, per quanto possa apparire bizzarra, è legata a problemi inerenti alla fisica del tempo di Leibniz e al tentativo di spiegare l’aggregazione dei corpi, nonché il problema fisico-matematico del continuo. Naturalmente, non è possibile venire a capo di ciò nelle poche ore che anche il più scrupoloso docente di liceo ha a disposizione per spiegare la filosofia leibniziana. Alla fine, quindi, dopo tre anni di studio della storia della filosofia, quel che resta nella memoria degli studenti, anche dei più volenterosi, è un cumulo di ovvietà e platitudes. Senza contare che l’apprendimento di questa roba è in gran parte basato sull’esercizio della memoria e l’esaltazione della mera erudizione. (Va detto, per inciso, che si ha qui una perfetta continuità con la tradizione: al mio esame di storia della filosofia antica all’università mi fu chiesto di riferire su Numenio di Apamea – non su Platone o Aristotele). Mi chiedo se non sarebbe meglio eliminare o ridurre al minimo il manuale e limitare l’insegnamento della filosofia per esempio, alla lettura annuale di un vero classico, Platone o Aristotele o Hegel o Kant, dedicando tutto il tempo necessario all’inquadramento di un unico testo e all’approfondimento della dottrina che vi è contenuta, in questo caso sì, cercando di ricreare lo sfondo culturale nel quale fu elaborata. Una lettura diretta di Platone può generare interesse e passione per la filosofia, dubito che ciò accada nel caso di una lettura del manuale. D’altra parte, mi lascia perplesso il fatto che, alla fine dei 3 anni di liceo, un bravo studente domini una sterminata aneddottica filosofica e abbia soltanto una vaga idea o nessuna cognizione circa il significato di concetti come ‘tasso d’interesse’, ‘prodotto interno lordo’, ‘bilancia del commercio con  l’estero’, ‘mercato azionario’, ecc. Ovviamente non penso che si debba togliere l’insegnamento di filosofia dalle superiori, per sostituirlo con quello di economia, ma che non vi sarebbe nulla di male a ridimensionarlo, a vantaggio di altre discipline. L’insegnamento di tutte le discipline umanistiche nelle medie superiori è ancora improntato alla riforma Gentile; e l’insegnamento della filosofia in particolare è caratterizzato dall’impronta di un hegelismo che ha fatto il suo tempo. C’è un dato, secondo me, sul quale non si riflette mai abbastanza: l’insegnamento della filosofia nella scuola media superiore ha uno spazio maggiore nel nostro paese che in altri paesi europei. Eppure, se si sfogliano le principali riviste internazionali di filosofia, la presenza di filosofi italiani è molto bassa. Non solo: se uno studente universitario cerca un buon saggio o un testo introduttivo affidabile su un filosofo della tradizione occidentale, da Platone a Heidegger, è quasi sempre costretto a rivolgersi ad autori non-italiani, perlopiù di lingua inglese (appartenenti al Regno Unito, per intendersi, o Nord-americani). Ciò vale, in special modo, per settori che, in qualche modo si penserebbe dovessero essere di nostra pertinenza, come la filosofia medievale (basta pensare alla quantità di manoscritti medievali custoditi nelle nostre biblioteche). Quindi, mi chiedo: a cosa serve o è mai servita tutta la persistente erudizione di storia della filosofia, legata a una manualistica ormai obsoleta? E quali sono i risultati scientifici della diffusione dell’informazione e della formazione filosofica in Italia?