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Su Domenico Rea

di Matteo Marchesini

Il Foglio, 1 novembre 2014

La commozione che continua a suscitare in molti il pensiero del secondo dopoguerra, anche a distanza di una vita umana media, non dipende solo dal fatto che fu un periodo “epico”, come si dice con un aggettivo un po' strapazzato; né solo dal fatto che, come ci hanno raccontato tante volte i testimoni, le speranze concepite tra le macerie furono presto tradite e spente. Questo capita a tutte le vicende umane. No, ad apparire struggente è il fatto che si visse allora un tramonto come fosse un'alba: che ci si illuse, cioè, di poter rifondare un mondo in via di estinzione già prima del climax del 1940-'45. Le impalcature di questo mondo erano state infatti sepolte dalla Grande Guerra, dalle dittature politico-economiche, dalle avanguardie e dalle filosofie della crisi. Così, chi confidava nella Costituzione si ritrovò presto impantanato nella partitocrazia, e chi sognava una rivoluzione venne immobilizzato dalla guerra fredda, mentre il proletariato sfumava nella meschina borghesia del boom. La cultura nazionapopolare ispirata al grande Ottocento, che i crociomarxisti proposero alla nascita della Repubblica, fu sorpassata da tv e scienze umane, e la chimera di un nuovo realismo tolstoiano subì gli attacchi sprezzanti di neoavanguardisti e strutturalisti, che spiegarono come nella società dove tutto è segno la Realtà sia appena un riflesso di superficie balenante tra le righe di eclettici collage postmoderni.

Al solito, furono i ventenni cresciuti sotto il fascismo a pagare nel modo più ingenuo l'illusione che la Storia fosse tornata a incarnarsi nella vita di tutti, e che dopo un'epoca di squisiti isolamenti si potesse reimparare “ciò che siamo”, o almeno “ciò che vogliamo”. Il trauma si legge con chiarezza nelle biografie dei letterati. L'umanesimo fecondato dal sangue della guerra sembrava aprire un futuro poetico ricco di promesse, e invece si lasciò vincere da un'arte che si voleva di nuovo autoreferenziale: rimase, insomma, un'oasi persa nella steppa novecentista del secolo, un breve miraggio lampeggiante ai bordi dell'autostrada che collega i centri di simbolismo e avanguardie storiche a quelli di strutturalismo e neoavanguardie, il frammentismo o il capitolo antinarrativo degli anni Dieci e Venti ai pastiche antinarrativi o agli apologhi borgesiani degli anni Sessanta e Settanta.

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