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Entrate pure

di Claudio Giunta

[www.internazionale.it]

Il costo delle riviste scientifiche è diventato insostenibile a causa delle speculazioni degli editori. Internet e l’open access possono risolvere il problema. Una conversazione con Juan Carlos De Martin.

Io mi occupo di Open Access solo per legittima difesa: fino a un paio d’anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse.

Poi nella mia università mi hanno chiesto di occuparmi della biblioteca, e ho scoperto quanto assurdamente cari siano gli abbonamenti ad alcune riviste scientifiche, sia nel campo delle scienze dure (fisica, matematica, biologia eccetera) sia nel campo delle scienze umane e sociali (storia, filosofia, sociologia, economia eccetera). Cari, certamente: si parla di migliaia di euro per riviste che escono due-tre volte l’anno. E dove sta l’assurdità? L’assurdità sta (1) nel fatto che queste riviste pubblicano articoli scritti da ricercatori universitari i cui stipendi vengono pagati, per lo più, da istituzioni pubbliche (cioè dai contribuenti); (2) nel fatto che gli editori che pubblicano queste riviste non pagano gli articoli che vi vengono pubblicati; e (3) nel fatto che le stesse istituzioni pubbliche che pagano gli stipendi e la ricerca dei loro impiegati comprano poi a carissimo prezzo quelle riviste. Insomma, l’università paga due volte, e tantissimo. E gli editori, con minime spese di gestione, si tengono tutto il guadagno e, sfruttando una posizione di quasi-monopolio, possono aumentare i prezzi a loro piacimento: quale università può rinunciare all’abbonamento a Nature, o a Science? Nessuna. Ergo: se i prezzi aumentano, non c’è scelta se non pagare, naturalmente tagliando su altre voci di spesa: acquisto di riviste di altri settori, acquisto di libri, reclutamento di giovani studiosi eccetera. Un quadro chiaro della situazione si trova in questo articolo di George Monbiot.

Da parte mia, ho cercato più volte di richiamare l’attenzione dei miei colleghi e di tutte le persone interessate (e trattandosi di soldi pubblici la questione riguarda tutti i contribuenti) su alcuni sconcertanti casi italiani: ne parlo per esempio qui.

Ho detto: non c’è scelta se non pagare. In realtà no, la scelta ci può essere, c’è, ma bisogna fare uno sforzo e cambiare il modo in cui si comunicano i risultati della ricerca scientifica. L’open access è appunto questo nuovo modo, reso possibile da internet. Ne ho parlato con Juan Carlos De Martin, che insegna Ingegneria informatica al Politecnico di Torino e che è a capo di una nuova commissione ministeriale che ha l’obiettivo di definire la strategia open access italiana.

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