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Ha senso fare un dottorato in discipline umanistiche? (Seconda parte)

di Claudio Giunta

[www.internazionale.it]

La battaglia perché ci siano ancora più borse di dottorato è la rara battaglia in cui tutti combattono dalla stessa parte: chi aspira a un dottorato, chi insegna nelle università, chi le amministra. Quanto ai primi, non servono spiegazioni. Quanto ai secondi, le loro ragioni sono molte, alcune nobili (formare dei giovani studiosi che realizzino la loro vocazione e facciano progredire la disciplina, ricevendo in cambio lo stimolo delle loro intelligenze) altre meno nobili (poter contare su collaboratori che aiutano a portare avanti la propria ricerca, che danno una mano negli esami, nei seminari, eccetera). Quanto all’amministrazione, un’università senza una scuola di dottorato è un’università di serie B, o così viene percepita in Italia (negli Stati Uniti esistono invece eccellenti college, con eccellenti docenti, che non hanno corsi di dottorato): una scuola di dottorato garantisce finanziamenti e prestigio.

L’avversario, in questa battaglia, è la fiscalità generale, cioè lo Stato, che paga i dottorati (sia quelli con borsa sia quelli senza borsa: anche questi ultimi, infatti, comportano una spesa, benché più contenuta), e che ha ogni interesse a che il suo investimento dia buoni frutti. Ora, in troppi casi l’investimento non ha dato e non sta dando buoni frutti, soprattutto nel settore umanistico (ma in una situazione simile si trovano in realtà anche le discipline scientifiche non applicative). In troppi casi, il possesso di un titolo di dottorato finisce per rivelarsi non un vantaggio ma un handicap: perché chi lo ottiene si preclude altre possibilità d’impiego; o perché entra nel mondo del lavoro a un’età già avanzata; o perché le competenze e le conoscenze che ha acquisito non sono spendibili se non nella ricerca e nell’insegnamento universitario, e l’una e l’altro sono carriere che solo una piccolissima percentuale degli addottorati potrà intraprendere.

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