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Tra supercazzola e Lapalisse. Su Habermas e i suoi fans

di Matteo Marchesini

Il Foglio, 3 aprile 2015

Amicimiei-Tognazzi

Il 27 marzo scorso, Repubblica apriva le pagine culturali con un brano tratto da Verbalizzare il sacro, il nuovo libro di Jürgen Habermas (Laterza). Titolo: La mia critica della ragione laicista. Succo: «L’universalismo dell’illuminismo politico non dovrebbe affatto essere in contraddizione con le sensibilità particolari di un beninteso culturalismo». Il filosofo raccomanda di armonizzare «l’eguaglianza politica e la differenza culturale», e distribuisce moniti sia ai multiculturalisti catafratti che ai secolaristi spinti. Ai primi ricorda che i «discorsi» dei diversi gruppi religiosi non sono «incommensurabili», ai secondi che non bisogna relegare le fedi nella sfera privata ed essere «laicisti», cioè ostili alle credenze inverificabili, ma laici, parola qui associata solo a un agnosticismo non polemico. Habermas ha il tono di chi si sente al di sopra della mischia, e crede di vedere ciò che le fazioni in lotta non vedono: cioè la sostanziale «complementarità» (parola-tic di questo ex dialettico) delle istanze identitarie e universalistiche, che un ragionevole sforzo può pacificare in una «convivenza riflessivamente illuminata».

Da laico, in particolare, è ai suoi che il filosofo si rivolge, invitando a non «escludere a priori di poter scoprire contenuti semantici dentro ai contributi religiosi». Ora, basta una frase del genere («contenuti semantici», «contributi religiosi») perché qualunque umana passione, poco importa se laica, laicista o fondamentalista, si afflosci di colpo. Il linguaggio fa a pugni col tema. È come se qualcuno, per spiegarci l’eros, ci dicesse che necessita di una lubrificazione soddisfacente. Habermas invita i suoi lettori a essere più umani proprio mentre parla come un sintetizzatore vocale di tradizioni filosofiche. La pagina di Repubblica è la perfetta sineddoche di un’opera che nel suo monotono ron ron tecno-buro-sofico ha placidamente digerito qualunque Grande Tema (Scienza, Comunicazione, Bioetica) restituendone un’immagine più generica che generale. Il lessico, come sempre, accentua il polisillabismo continentale: il «postsecolarismo» è qui l’ultimo arnese di una ferramenta di ‘post’ (postmetafisica, postkantismo) che vorrebbero opporre al postmodernismo un aldilà del moderno capace di mantenerne le promesse in forme tenui ma planetarie.

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