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Su “Gente indipendente” di Halldór Laxness

di Claudio Giunta

[Between (www.Between-journal.it), II 4 (2012)]

«I romantici europei possono anche lodare l’incanto dei luoghi deserti e selvaggi, ma sanno che per loro si tratta al massimo di una passeggiata di poche ore fino a una comoda osteria: possono celebrare le gioie della solitudine, ma sanno che in qualunque momento possono far ritorno al tetto familiare o in città, e che laggiù, nel frattempo, cugini, nipoti zii e zie, club e salotti continuano la solita vita esattamente come quando li hanno lasciati. Il vero deserto, la solitudine che non conosce rapporti duraturi da coltivare o da respingere, non riescono nemmeno a concepirlo».

(W.H. Auden, «Lo scudo di Perseo»)

1. Tra gli ingredienti che formano la vita umana, Michael Oakeshott distingueva i processi dalle pratiche. I processi li governa la natura: la nascita, l’invecchiamento, le malattie, la morte, i terremoti, la pioggia, la forza di gravità. Gli esseri umani possono cercare di influenzarli, di difendersi da loro, ma per lo più li subiscono, e nessuno ne è esente. Le pratiche risultano dalle decisioni e dalle azioni degli esseri umani: l’amore, l’amicizia, l’odio, l’invidia, la vendetta, il perdono. Posta questa distinzione di massima, è chiaro che il romanzo è soprattutto una riflessione sulle pratiche, cioè su ciò che è proprio di un particolare essere umano o gruppo umano, distinto da ogni altro, e sulle relazioni che tra gli umani si intrecciano: i processi naturali fanno da sfondo. Nella Morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, poniamo, lo sfondo – la naturalissima morte di Ivan Il’ic, uguale a tutte le altre morti – è importante, ma lo è di più il modo in cui Ivan Il’ic ha vissuto la sua vita insieme agli altri uomini, e quel modo rimanda a un insieme di pratiche.

Gente indipendente di Halldór Laxness (traduzione di Silvia Cosimini, Milano, Iperborea 2004) è un’eccezione. In Gente indipendente, infatti, la forza dei processi naturali è preponderante, imparagonabile a quella che ha in qualsiasi altro romanzo moderno; e quelle pratiche che risultano dall’interazione fra gli esseri umani, e che formano di solito l’impalcatura dei romanzi, hanno un ruolo secondario. Gente indipendente non è tanto la storia della vita del povero allevatore di pecore Bjartur, quanto la storia della sua sopravvivenza al freddo, alla fame e alle malattie. La storia di una vita presuppone cambiamento, crescita. Mastro-don Gesualdo, un anti-eroe letterario che nella sua abnegazione e nel suo morboso attaccamento alla roba ha più di una somiglianza con Bjartur, nasce povero ma diventa ricco: evolve. La storia di una sopravvivenza invece è statica: in sostanza si tratta di tenere duro, e basta. Le seicento pagine di Gente indipendente parlano soprattutto di questo, di come Bjartur tiene duro. Se uno cerca un libro che preservi in sé, secondo il precetto di Adorno, «la memoria del dolore accumulato», può smettere di cercare.

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