Posted on

Troppo Dante?

di Claudio Giunta

[In una versione più breve sul Domenicale del Sole 24 ore, 11 novembre 2012]

Ho qualche dubbio sullo studio di Dante alle scuole superiori.

Qualche dubbio, anzitutto, sulla quantità. Come si sa, Dante è onnipresente nei programmi a ogni livello dell’istruzione scolastica. Lo si studia per mesi nelle ore di Lettere: e non solo la Commedia ma anche, com’è giusto, la Vita nova (per la lirica antica e le origini dell’autobiografia), il Convivio (Dante-filosofo), il De vulgari eloquentia (per la storia della lingua). In sostanza coincide con lui, con la sua opera, quasi tutto il Medioevo che la gran parte degli studenti arriva a conoscere. Petrarca e Boccaccio stanno molto più in ombra, poi il Medioevo finisce e il salto è a Machiavelli, ad Ariosto. La Commedia, poi, è il libro di lettura in classe – a seconda del tipo di scuola – per uno, due o tre anni. Lettura dei canti, parafrasi, simbologia, significato figurale, eccetera.

Ora, è ben chiaro che la Commedia merita di stare al centro dei programmi scolastici: è bellissima, è importante, e spesso, se la si spiega con un po’ di brio (il che non è facile), piace anche ai più renitenti alla letteratura. Ma resta pur sempre uno dei libri più difficili che siano mai stati scritti, e il mio dubbio nasce dal fatto che la Commedia è in sostanza il primo libro col quale molti studenti hanno un contatto prolungato, e anche quello su cui, finita la scuola, avranno speso più tempo: il libro della vita e, per tanti, l’unico libro – il che spiega tra l’altro perché tanti cinquantenni che non leggono né romanzi né poesia si commuovono riaprendo dopo decenni la Commedia o sentendola recitare: è nostalgia per i tempi della scuola più che per i libri di scuola (su questo, perfettamente, cfr. A. Venditti, Compagno di scuola). È una scelta saggia? È una scelta formativa? Io non ho un buon ricordo dei miei 10+10+10 canti parafrasati al liceo classico. La letteratura che mi interessava era quella che leggevo per conto mio a casa, al pomeriggio: per lo più romanzi otto-novecenteschi. Ci vogliono tutte e due le cose, si dirà, e io sono d’accordo. Ma il fatto è che molti dei miei compagni (ripeto: liceo classico) con quella seconda letteratura non sono entrati mai in contatto se non, di sfuggita, alla fine dell’ultimo anno, quando tutto viene versato pêle mêle nell’imbuto che porta al nefasto esame di maturità. Troppo tardi.

...Leggi tutto "Troppo Dante?"