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Su “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo

di Claudio Giunta

www.gliasinirivista.org

In questo film ambientato a Napoli Napoli si vede una sola volta, a un quarto d’ora dalla fine. La vediamo in una lunga panoramica dall’alto: tramonto, persiane che si alzano per far entrare l’ultima luce della giornata estiva, ragazzi che sgommano sui motorini, conciliaboli davanti al bar, una concitazione che – lo si avverte – potrebbe facilmente trasformarsi in violenza. È una scena dal vero, nessuno recita, nessuno sa che la macchina da presa lo sta filmando, è l’unico brano di documentario che il documentarista Leonardo Di Costanzo ha messo nel film. Gli occhi che guardano la città sono quelli dei due protagonisti, due ragazzini. Lei mima una pistola con le dita e spara. Lui è d’accordo: ci vorrebbe una strage, un’epidemia che stermini tutti quanti. È una scena straziante e cruciale, perché finiamo di capire quello che subliminalmente il film è andato suggerendoci sin qui, e cioè che l’unica possibilità di salvezza non sta nella libertà ma, al contrario, nella reclusione, nel tenere il mondo fuori. Solo che è impossibile.

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