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Anything Goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini

di Claudio Giunta

Queste sono le prime pagine di un saggio sul meeting di Comunione e Liberazione compreso in una raccolta dal titolo Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, appena uscita per Il Mulino (16 euro). Gli altri undici saggi parlano della copertura mediatica dell’eruzione dell’Eyjafjallajökull, degli scrittori italiani alla Fiera del Libro di Guadalajara, di Panarea, di Radio Deejay, degli Elio e le Storie Tese, di Matteo Renzi, di Luciano Moggi, delle biblioteche italiane, del cestista Bob Morse e della TV degli anni Ottanta.

Da quanti anni non entravo in un posto in cui tutti credono in Dio?

Più di un quarto di secolo fa ho smesso di andare a catechismo, dall’atroce suor Romana e dall’adorabile don Stefano, e ho anche smesso di andare in chiesa, dove mia madre mi scortava con simulata convinzione una o due domeniche al mese. Nessuna crisi improvvisa. Qualcuno ricorda, se non proprio il giorno, il periodo della sua vita in cui ha smesso di credere in Dio, la folgorazione al contrario. Io non ricordo di averci mai creduto. Andavo dove mi dicevano di andare, facevo quello che facevano tutti i miei compagni di scuola, non davo nessuna importanza alla cosa. E come me quasi tutti gli altri. Più che non credere, non ci ponevamo seriamente il problema: c’era la breve tortura del catechismo, il venerdì pomeriggio, c’era la chiesa, la domenica mattina, ma l’uno e l’altra erano pieni di atei che non trovavano nessuna contraddizione tra il loro ateismo e la dottrina, o la messa. Così è probabile che il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini sia stato, dopotutto, il primo e unico luogo da me visitato in cui tutti, nessuno escluso, credevano in Dio.

Questa unanimità – specie se uno non è tra gli unanimi – si avverte.

Il meeting di CL dura una settimana, l’ultima di agosto, ma se dipendesse dalla dedizione di chi lo organizza potrebbe durarne cinquantadue. In albergo faccio colazione insieme a due dei cuochi del ristorante trentino, uno dei cinque o sei ristoranti regionali (CL Trentino, CL Sardegna, eccetera) che si possono trovare al meeting. Lavorano dalle otto del mattino a mezzanotte, gratis, e lavorare significa svegliarsi alle sei e mezza, essere al palasport alle otto in punto, aiutare a scaricare le casse di carne verdura frutta che sono arrivate direttamente dal Trentino – «solo prodotti freschi, solo prodotti nostri» – e cominciare a cucinare, e cucinare tutto il giorno per centinaia di persone, e smettere soltanto dopo cena, a stand-ristorante chiuso, perché i cuochi devono anche aiutare a rimettere tutto a posto. Cioè, non devono, tecnicamente, nessuno qui deve fare qualcosa, tecnicamente: ma lo fanno.

Sara, la conoscente di conoscenti che mi ha fatto avere il pass per il meeting, e che è responsabile della sala VIP dello stesso ristorante (sì, c’è una sala VIP), lavora anche lei dalla mattina alla sera gratis, e in più si paga le spese di soggiorno a Rimini. E direi che questa è la regola per quasi tutti: i volontari sono volontari veri, come una volta alla festa dell’Unità, un vortice di volontari che approvvigionano, cucinano, apparecchiano, sparecchiano, puliscono, servono in tavola una scelta di sei menù, tutti abbordabilissimi, 12-22 euro, tutti perfettamente spiegati, con foto, nel pieghevole che si riceve all’entrata. Forse soltanto i nomi dei piatti sono un po’ leziosi, forse stonano un po’ in tanta ascesi Lo stinco di maialino da latte con la salsiccia arrostita, o La polenta di Storo e lo strudel di pasta fillo alle verdure, o Le casarecce al ragù di selvaggina con scaglie di Trentingrana, o – giuro – Le sottilissime di trota al fil di fumo dolce.

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