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L’M5S si può criticare per molte cose, ma non per come usa i soldi (per ora)

di Claudio Giunta

[www.internazionale.it]

Bella la puntata di Report di domenica scorsa. Meno bello il confuso pistolotto finale di Milena Gabanelli: “Attendiamo quanto prima”, ha detto Gabanelli, “la pubblicazione delle fatture promesse”, fatture relative alle spese sostenute dal Movimento 5 stelle per la campagna elettorale. Ora, il consuntivo relativo alle donazioni ricevute e alle spese effettuate è già stato pubblicato sul sito del movimento.

Dal consuntivo risulta che l’M5s ha ricevuto un gran numero di donazioni di piccola o piccolissima entità (al massimo 2.500 euro, per la gran parte 10 o 20 euro). Il nome dei donatori non viene indicato: solo le iniziali e la data della donazione. Ma, come spiega Riccardo Viriglio sul sito della rivista Il Mulino, non solo nessuno obbligava l’M5s a pubblicare questi dati su internet, ma l’M5s è anche l’unica formazione politica italiana ad averlo fatto: quanto agli altri, i dati relativi alle loro spese elettorali che si trovano su internet sono ancora più generici.

Del resto, come osserva Viriglio, posto che l’M5s rinuncia ai finanziamenti pubblici, non era neppure obbligato dalla legge a “presentare i consuntivi di campagna elettorale, preordinati ad accedere a tali finanziamenti, per i quali la legge almeno definisce le spese ammissibili imponendone la prova”. Né si capisce perché prendersela con l’M5s, che ha speso infinitamente meno degli altri partiti, non riceverà fondi pubblici e, a differenza degli altri partiti, ha reso disponibile su internet il consuntivo delle donazioni e delle spese.

Circa il finanziamento ai partiti, ha osservato ancora Gabanelli, “si potrebbero ipotizzare delle proposte alternative: quella per esempio di dare la possibilità alle persone fisiche (non alle imprese, perché possono avere dei conflitti d’interesse) di destinare ciò che vogliono a chi vogliono, interamente detraibile”.

Qui Gabanelli tocca, troppo affrettatamente, la questione del finanziamento dei privati ai partiti politici. Questione complessa, ma su cui si può almeno dire che la legge italiana già prevede:

1) che i singoli cittadini possano donare ai partiti e alle persone candidate o elette (l. 659/1981, art. 4);

2) che anche le imprese possano donare, purché le donazioni vengano iscritte a bilancio (l. 195/1974, art. 7);

3) che le donazioni dei singoli o delle imprese siano in parte detraibili secondo percentuali variabili (d.p.r. 917/1986, artt. 15 e 78), ed è giusto che sia così: donazioni interamente detraibili, oltre a determinare minori entrate per il fisco, incoraggerebbero alla donazione proprio i cittadini più ricchi.

Infine: da circa vent’anni, in Italia, un cittadino molto ricco finanzia direttamente o indirettamente il partito di cui è leader, dando buona prova di come una singola “persona fisica” (non un’impresa) possa, destinando “ciò che vuole a chi vuole”, influenzare la vita democratica: se per il bene o per il male lo dica Milena Gabanelli.

Certo, occorre ridiscutere dei finanziamenti pubblici. Ma, come osserva Viriglio nell’articolo citato, occorre discutere anche – e nessuno curiosamente lo fa (o, se lo fa, lo fa con questa approssimazione) – delle donazioni da parte di privati e imprese, e della necessità di mettere un tetto a queste donazioni. Sia quanto alla prima sia quanto alla seconda questione, mi pare che l’M5s sia inattaccabile.