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Un’icona kitsch: su “The White Album” di Joan Didion

di Claudio Giunta

Internazionale online

Didion

Visconti è il regista che ha meno senso della forma di chiunque faccia cinema oggi. Vedere Il Gattopardo è come osservare una serie di singoli fotogrammi, in un ordine non discernibile. Federico Fellini e Ingmar Bergman hanno in comune una straordinaria intelligenza visiva e una visione dell’esperienza umana di una banalità esasperante.

A mettere su carta questi giudizi non esattamente sfumati è una ragazza di nemmeno trent’anni, ma questo non è un post su Facebook, anche se – per la sommarietà, l’arroganza, la semplice ingiustizia – ne avrebbe tutta l’aria: è un pezzo di un articolo della metà degli anni Sessanta di Joan Didion intitolato Non riesco a togliermi quel mostro dalla testa che si trova in Verso Betlemme, la prima raccolta di saggi di quella che la bandella della traduzione-ristampa 2008 (Il Saggiatore) chiama «un’icona della letteratura americana».

Scrivere della realtà, non tanto della politica quanto della cronaca, della vita sociale, dei costumi, farlo con fantasia e ironia, curando molto lo stile, e in questo racconto della realtà mettere molto di sé, non solo la propria voce ma anche la propria biografia, i propri gusti e disgusti – questo è un esercizio che si può chiamare reportage, o nonfiction, o personal essay, un esercizio che molti fanno, e bene, oggi, un po’ in rete, un po’ sui giornali che accettano contributi di una certa estensione e impegno. Molti scrivono cosi, oggi, ma Joan Didion è stata, se non la prima (c’è stato un mucchio di new journalism prima del New journalism), una dei primi.

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