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Nomadi degli Stati Uniti sud-occidentali

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 6 dicembre 2015

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Gli anni che precedono la seconda guerra mondiale sono stati gli anni d’oro di John Steinbeck. Nel 1936 pubblica La battaglia, un racconto che parla degli scioperi dei raccoglitori di frutta nelle piantagioni della California, l’anno dopo Uomini e topi, che vince il premio Pulitzer; poi (1938) i racconti della Lunga vallata, e nel 1939 Furore, che vende un’infinità di copie e diventa subito, a distanza di pochi mesi dalla stampa, un film altrettanto fortunato di John Ford. Poi gli Stati Uniti entrano in guerra, e la guerra cambia, se non proprio tutto, molto, come spiega bene Cinzia Scarpino nella postfazione al reportage di Steinbeck I nomadi, tradotto ora per la prima volta da Longanesi: «Con la Seconda guerra mondiale, l’interesse nazionale – politico e intellettuale – abbandonerà migranti e fittavoli. La pubblicazione, nel 1941, di Sia lode ora a uomini di fama di Evans e Agee segnerà un colossale fiasco di vendite».

Oggi nei paesi anglosassoni i romanzi di Steinbeck continuano vendere molto, e ad essere letti soprattutto a scuola. Uomini e topi, in particolare, è breve, semplice, dice una cosa chiara, è il libro ideale da assegnare alle matricole per una tesina. La cosa chiara che dice Uomini e topi la dice anche Furore: bisogna comportarsi in maniera umana, bisogna essere gentili con le persone in difficoltà, quelli che stanno bene devono aiutare quelli che stanno male. Troppo semplice, troppo ingenuo? Presso i critici, i lettori maturi, Steinbeck non gode di buona stampa, non ne godeva già negli anni Quaranta e Cinquanta, quando Edmund Wilson lo liquidava come «uno scrittore di secondo o terz’ordine». Troppo rozzo, ideologico, predicatorio, troppo dedito al ‘messaggio’, e i suoi libri troppo saturi di personaggi nei quali – come Lawrence diceva dei Malavoglia di Verga – l’autore travasa la propria intelligenza e il proprio senso tragico, attribuendo loro una consapevolezza di sé che non è credibile possano avere. È vero: nel suo tentativo di commuovere e di mobilitare Steinbeck scrive anche delle brutte pagine. Ma sono pochi gli scrittori e i libri del Ventesimo secolo che hanno avuto una tale, concreta, positiva influenza sulla vita delle persone. Furore, il libro e poi il film, mise davanti agli americani un pezzo di realtà che gli americani ignoravano, o della quale non immaginavano la gravità; e per avere la misura dell’impatto anche popolare dei libri di Steinbeck si può leggere il saggio di Michael Kazin American Dreamers. How the Left Changed a Nation o, più a portata di mano, si possono vedere i pochi secondi del trailer che lanciava, nel 1939, il film Furore (si trova su YouTube). «Il progresso morale – ha osservato una volta Rorty – ha contratto in secoli recenti un debito maggiore nei confronti degli specialisti del particolare (storici, romanzieri, etnografi, giornalisti smaschera-scandali, per esempio) che non nei confronti degli specialisti dell’universale come i teologi e i filosofi [...]. La Condizione della classe lavoratrice in Inghilterra di Engels e gli scritti di persone come Harriet Beecher Stowe, Fenellosa e Malinowski hanno fatto più della Dialettica della natura di Engels, o degli scritti di Mill e Dewey, al fine di giustificare l’esistenza dei deboli emarginati agli occhi dei potenti integrati». I libri di Steinbeck degli anni Trenta possono non aver retto alla prova del tempo, ma anche lui ha il suo posto in questo elenco di «specialisti del particolare». Difficile, forse impossibile trovarne l’eguale nella letteratura europea del Novecento.

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