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Marocco!

di Claudio Giunta

[Il Mulino, 2 (2013), pp. 331-45]

1.

L’immigrazione è una tragedia, un flagello biblico, bisognerebbe chiudere gli aeroporti, minare i porti – penso e ripenso in un caffè di Tangeri mentre una settuagenaria francese cotonata mi comunica, ma non gliel’avevo chiesto, che «sa, riscaldare il mio appartamento a Lione mi costa di più che affittare un appartamento a Tangeri per quattro mesi, così l’inverno lo passo qui». Conseguenza: le case più belle se le prendono i pensionati francesi ricchi, la costa si popola di brutte villette a schiera per i pensionati francesi meno ricchi, i marocchini finiscono a vivere nelle periferie, tutto costa un po’ di più del niente che costava fino a quattro o cinque anni fa. Chiudere l’aeroporto di Parigi, minare il porto di Marsiglia... Ma non succederà. Nessuno ha il coraggio di prendere decisioni così radicali. Perciò bisogna attrezzarsi per le future mescolanze.

Gli spagnoli si sono attrezzati. L’Istituto Cervantes ha una sede sontuosa in Avenue Ben Abdellah e un sontuoso spazio-esposizioni nella strada principale della città, Avenue de Belgique. Tanto zelo nella diffusione della lingua e della cultura spagnola è comprensibile, dato che la regione del Rif è stata a lungo un dominio spagnolo, e la Spagna è lì a un passo, per vederla basta salire alla kasbah o scendere sulla spiaggia. Di fatto, lo spagnolo è più diffuso del francese, soprattutto tra i giovani, e un po’ di spagnolo lo parlano tutti, anche il mendicante che chiede soldi («¿Tiene usted un duro?»: non l’hanno avvertito che adesso ci sono gli euro), anche il ruffiano che offre prostitute, anche la prostituta che incontro per caso sul taxi (in Marocco i taxi si condividono), e che mi dà appuntamento per più tardi alla discoteca «Cinco cinco cinco», non «Cinq cinq cinq».

I francesi, naturalmente, non hanno bisogno di attrezzarsi. Sotto ogni punto di vista – lingua, cultura, economia – il Marocco resta una mezza colonia. Il sistema scolastico marocchino è modellato su quello francese, il francese è la seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole, e nelle grandi città quasi tutti lo parlano; i giornali più importanti sono in francese, e – si lamentano i miei studenti all’Università Mohammed V di Rabat – il francese è la lingua in cui si fanno i colloqui di lavoro anche quando per svolgere quella specifica mansione basterebbe l’arabo. Ottima cosa, certamente, il bilinguismo. Ma questo bilinguismo diventa soprattutto un modo per selezionare alla svelta. E la selezione funziona. Nel vagone di prima classe del Rabat-Tangeri le conversazioni sono in francese; nei vagoni di seconda le conversazioni sono in arabo. E nelle campagne, nei quartieri poveri delle città, valanghe di marocchini non imparano a leggere e scrivere in nessuna lingua, e coltivano il loro campo, portano al pascolo le loro pecore, vendono le loro pagnotte a prezzo calmierato, le loro mutande Docigabà (Dolce & Gabbana), guardano passare le macchine seduti sul muretto. Il 45% degli abitanti è analfabeta; in Algeria il 25%. Ma l’Algeria è una repubblica, e l’istruzione diffusa è un lascito degli anni socialisti. Il Marocco è il regno di una dinastia, gli Alauidi, che ha fama di essere particolarmente illuminata – nelle tenebre nordafricane, perlomeno – ma che vista da vicino è soprattutto iniqua; e dal 1999 è governato da un re giovane, anche se non così giovane come appare nelle foto che si trovano dappertutto, anche negli alberghi, nei bar, foto di varie fogge e misure, in abito occidentale o in divisa militare, un re giovane cinquantenne, Mohammed VI, che si è dato un soprannome amabile, ‘re dei poveri’, ma che a giudicare da quello che si legge e da quello che si dice sembra essere anche peggio dei suoi predecessori: vedi Catherine Graciet e Éric Laurent, Le Roi prédateur, Paris, Seuils 2012.

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