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Il Lancelot-Graal in italiano, finalmente

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 6 settembre 2020

I libri davvero importanti si conoscono anche senza averli letti, perché sono penetrati così a fondo nella cultura circostante da modellare senza che ne siamo del tutto consapevoli le idee e le immagini che abbiamo in testa, e persino la nostra tavola dei valori. Ben pochi hanno letto o leggono per intero l’Iliade o la Commedia, ma il nostro universo mentale è molto più omerico e dantesco di quanto sospettiamo, e non tanto perché Omero e Dante li studiamo a scuola, quanto perché le loro parole, ripetute generazione dopo generazione, abitano ormai il linguaggio degli europei. Così, ben pochi hanno letto da cima a fondo il ciclo noto come Lancelot-Graal (Francia settentrionale, primi decenni del XIII secolo), ma quasi tutti sono familiari con l’insieme di storie e di simboli che quel ciclo ha inoculato nell’immaginario occidentale. L’amor cortese? Viene in buona misura da lì. L’etica del vero cavaliere? Viene in buona misura da lì. E poi il mistero del sacro Graal, re Artù e la sua spada Escalibur, e i cavalieri della Tavola Rotonda, e mago Merlino… Gran parte di ciò che per secoli, da Matteo Maria Boiardo a Hollywood, la fantasia umana ha prodotto nel campo della letteratura ha un qualche rapporto con quell’antico repertorio di storie. Il Lancelot-Graal non era mai stato tradotto per intero in italiano, soprattutto perché è atrocemente lungo, e richiede un lavoro di cura che una persona sola ormai non può fare: cura nel senso anche umile del termine, cioè non solo munire i vari libri che compongono il ciclo di introduzioni che accompagnino il lettore, ma anche e soprattutto tradurre dal francese antico un testo spesso non semplice e altrettanto spesso noioso. Ora questa lacuna viene colmata grazie all’impegno di un’équipe, coordinata da Lino Leonardi, che riunisce alcuni dei nostri migliori filologi romanzi: Carlo Beretta, Fabrizio Cigni, Marco Infurna, Claudio Lagomarsini, Gioia Paradisi. Prima difficoltà, quindi, la traduzione, che richiede competenza (il francese antico sembra facile solo all’incompetente: ma come tutto…) e metodo; e quanto a quest’ultimo raccomanderei a tutti coloro che si accostano alla letteratura romanza del Medioevo la lettura dei semplici criteri di traduzione illustrati nella premessa al volume, che si conclude con queste parole: «l’insieme, nelle intenzioni, si vorrebbe che risultasse al contempo scorrevole e arcaico, e richiedesse al lettore comunque uno sforzo per entrare in una dimensione narrativa che conservi il fascino di un testo lontano da noi». Né attualizzare troppo, cioè, e insomma tenere fermo alle buone norme della filologia; né cedere a quello stile ‘anticato’ che rende così spesso illeggibile la letteratura antica tradotta in italiano – non solo i testi galloromanzi ma anche quelli greci e latini. Seconda difficoltà, dare conto degli infiniti arzigogoli della trama. Sulle prime mi sono stupito del fatto che i curatori avessero voluto premettere a ciascun libro del ciclo un riassunto piuttosto analitico (e scritto benissimo: lo sottolineo perché so quant’è difficile e faticoso riassumere bene); poi ho capito e ho benedetto la scelta, perché senza questo ausilio anche il lettore esperto si troverebbe smarrito: e analoga benedizione cada sugli indici analitici curati da Massimiliano Gaggero. Con queste guide, e con un apparato di note non pletorico (e sistemato, ahimè, alla fine del volumone anziché in calce alla pagina: ma perché!?), il desocupado lector, con tutto agosto davanti, s’immerge nella storia, anzi nelle storie, e trova subito inattese consonanze. La struttura del Lancelot-Graal ricorda infatti quella di certe saghe del cinema contemporaneo come Guerre stellari: un ignoto autore ha raccolto dalla tradizione la leggenda di Lancillotto, rielaborandola; e poi uno o più autori distinti hanno munito questo nucleo narrativo di un prequel (la storia del Graal) e di un sequel (la ricerca del Graal). Solo che mentre in Guerre stellari sempre di guerre stellari si tratta, questa operazione di fusione e riscrittura produce qui un affascinante ircocervo, e la storia cavalleresca per eccellenza (paladini, battaglie, donzelle da salvare e da amare) viene incastonata nella trama di una Leggenda Cristiana. Di fatto, la sorpresa più grande, per chi ha letto le storie arturiane a pezzi, o nelle antologie, è proprio questa onnipresenza del sacro. Da motore e centro della narrazione, l’amore di Lancillotto per Ginevra diventerà – nel prosieguo del ciclo – un ostacolo, un motivo di ritardamento nella marcia che porterà al trionfo della ‘cavalleria celeste’; ma già in questo primo volume le storie di Merlino e di Artù sono trasfigurate in senso cristiano, cioè reinterpretate con libertà quasi blasfema alla luce della storia della salvezza. E del resto già nel prologo alla Storia del Santo Graal la manomissione del sacro appare sfacciatissima. L’ignoto autore – un chierico, probabilmente, ma un chierico incredibilmente spregiudicato, più devoto al romance che alla dottrina – s’inventa una visione, anzi più visioni di Cristo, il quale affida all’io narrante un libretto scritto di suo pugno, che l’io narrante dovrà copiare – gli raccomanda Cristo – «entro l’Ascensione, in quanto, dopo che sarà giunta l’ora che salii al cielo, non sarà più veduto in terra, anzi quell’ora stessa salirà anche lui in cielo». Non solo: l’io narrante dichiara di essere stato sollevato al terzo cielo, come San Paolo, e di aver potuto contemplare «distintamente» la Trinità, «tanto che potei distinguere le varie persone e vedere apertamente come queste tre persone costituivano una sostanza e una divinità e una potenza». Insomma, la storia sacra e le avventure di re Artù, la virtù cristiana e l’amore cortese: non stupisce che questa miscela di istanze apparentemente opposte sia tanto piaciuta ai lettori e agli scrittori del Rinascimento, propensi a cercare l’edificazione anche nei prodotti della fantasia più sbrigliata. E oggi? Ho questo caro amico sociologo che legge pochissimi romanzi perché – mi ha spiegato – la vita interiore degli esseri umani non gli interessa molto. Come giustificazione è un po’ brusca, ma coglie forse l’essenziale: chi ama leggere romanzi ha di solito un certo interesse per la vita interiore degli esseri umani, e prova un certo gusto nello scoprirla, pagina dopo pagina: che cosa pensa della vita e della morte Ivan Il’ic, quali sogni sogna Madame Bovary, quali tracce lascia la realtà sulla psiche così impressionabile del narratore della Ricerca. Un letterato è interessato a queste cose, un sociologo può non esserlo: a Cuore di tenebra di Conrad preferisce Congo di Van Reybrouck. Ebbene, leggere questo primo volume del Lancelot-Graal (coi prossimi le cose cambieranno) vuol dire anche tornare a un universo estetico nel quale alla vita interiore dei personaggi non si dà troppa importanza, tutte quelle interessanti e defatiganti ‘psicologie complesse’ del romanzo moderno ci vengono risparmiate, e sulla scena del racconto accadono soltanto cose. Con l’aggiunta che nelle storie del Graal le cose non soltanto accadono, ma sono. Esiste in questi romanzi una mistica degli oggetti alla quale il lettore moderno – abituato all’usa e getta dei suoi oggetti fungibili – non è minimamente preparato. Gli individui nascono e muoiono, le generazioni succedono alle generazioni, ma l’unità e la coerenza della storia umana (e del racconto) vengono garantite dalla persistenza e dalla trasmissione di certi oggetti che dispiegano la loro potenza simbolica nel tempo. Gli esseri umani sono niente, le cose, certe cose, sono tutto. Alla fine del Lancelot-Graal non troveremo più i personaggi che abbiamo incontrato all’inizio: sono passati anni, secoli, e dalla Palestina siamo approdati alle isole britanniche; ma ritroveremo i misteriosi manufatti che avvolgono in un’aura di leggenda queste prime pagine del racconto: la nave di Salomone, il letto a baldacchino fatto col legno dell’albero dell’Eden, lo scudo miracoloso che Josephé affida a Mordrain, la spada che, superando l’abisso dei secoli, il profeta David consegna all’ultimo e più puro dei cavalieri, Galaad, e naturalmente il Graal, la coppa che ha raccolto il sangue di Cristo, e che una mano celeste sottrarrà alla vista degli uomini, alla fine di questo racconto meraviglioso. Ma da quel gran finale ci separano, per fortuna, centinaia e centinaia di pagine, che sarà una delizia leggere nei futuri agosti. Artù, Lancillotto e il Graal. Ciclo di romanzi francesi del XIII secolo, a cura di Lino Leonardi, volume I, Einaudi 2020.