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Su “L’aula vuota” di Ernesto Galli della Loggia

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 17 novembre 2019

Si chiama «principio di carità» quel principio in base al quale si suppone che il proprio interlocutore condivida, in linea di massima, i propri standard di razionalità, e che insomma la sua idea del mondo non possa essere troppo diversa dall’idea del mondo che abbiamo noi: altrimenti non ci sono interlocutori con cui discutere ma nemici da eliminare. Ora, poche zone della pubblica conversazione sono più refrattarie al principio di carità del dibattito sulla scuola: di rado, come qui, gli interlocutori diventano tanto rapidamente dei nemici. Strano, verrebbe da osservare, dato che parlando di scuola è difficile non condividere un numero anche cospicuo di opinioni: che la scuola deve cercare d’istruire tutti, ma con speciale determinazione coloro che d’istruzione hanno più bisogno perché nati in famiglie più povere o più ignoranti; che l’istruzione non deve essere astratta dalla vita reale ma non può neppure essere, specie nei suoi gradi inferiori, un’istruzione per la vita reale, cioè per il lavoro; che gli insegnanti devono essere scelti con attenzione, anche con severità, e pagati convenientemente, perché si tratta di una professione delicata e sfibrante. D’altra parte, però, quest’oblio del principio di carità non è strano affatto, perché la scuola è in fondo una sineddoche della vita: si ha una certa idea della scuola perché si ha una certa idea degli esseri umani, di ciò che sono e, soprattutto, di ciò che dovrebbero essere – e su questo è facile litigare. Nel dibattito recente sulla scuola le posizioni di Ernesto Galli della Loggia sono state spesso assimilate alle posizioni del conservatore, o più precisamente del reazionario, cioè di chi trova che quasi tutto, negli assetti attuali dell’istruzione, vada male e, più che additare un modello alternativo al quale aderire o al quale tornare (prima del 1968? Prima della scuola media unica? Prima di Bottai?), rimpiange un passato più mitico che storico nel quale la Scuola realizzava la sua entelechia. Diventò virale, come si dice, qualche mese fa, un suo infelice editoriale sul «Corriere della Sera» in cui proponeva tra l’altro la reintroduzione del predellino nelle aule scolastiche, per tornare a segnalare plasticamente la differenza tra chi insegna (in alto) e chi impara (in basso). Gli anti-reazionari non aspettavano altro. Ma Galli della Loggia è uno studioso troppo colto e intelligente per poter essere liquidato in questo modo, e le sue opinioni sulla scuola – ora esposte compiutamente in L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola (brutto titolo, bruttissimo sottotitolo) – sono più sfumate e ragionevoli di quanto non dicano i suoi contraddittori. Tali opinioni si possono ricondurre tutte all’idea generale che la scuola debba non tanto educare quanto istruire:
Per educazione – scrive – intendo un addestramento scolastico che si prefigge principalmente lo scopo di instillare nell’allievo comportamenti e valori congrui a un certo tipo di ordinamento politico-sociale […]. Porre l’accento sull’istruzione, invece, significa credere che la scuola debba innanzitutto trasmettere conoscenze lasciando in secondo piano i contenuti educativi: vuoi perché le conoscenze suddette implicano di per sé tali contenuti, vuoi perché gli individui, una volta istruiti, avranno modo di decidere essi liberamente circa ciò che vogliono essere.
In altri termini, la scuola non serve semplicemente a crescere, a diventare parte di una comunità, né può proporsi obiettivi vaghi come ‘aprire le menti’ o ‘insegnare a imparare’: «queste generiche attività sono impossibili tanto quanto lo è un’orchestra che non suona nessuna musica in particolare» (sono parole che prendo da The Voice of Liberal Learning di Michael Oakeshott, un libro e un autore che vengono in mente spesso, ed è un complimento, leggendo L’aula vuota); la funzione della scuola è anzitutto trasmissiva, è la comunicazione di un corpus organizzato di saperi da parte di chi sa a chi non sa. I saperi che meritano di essere comunicati sono in sostanza quelli che formano il curricolo del liceo classico: le lingue e le letterature antiche e moderne, la lingua italiana, la storia, la filosofia; delle scienze in L’aula vuota si parla poco, e sempre incidentalmente. Come che sia, un’istruzione così concepita non può essere un processo democratico: la democrazia scolastica, secondo Galli della Loggia, o è retorica o è la divisa sotto la quale, per narcisismo e viltà, gli adulti hanno rinunciato alla loro responsabilità di dare ai giovani – specie ai giovani più svantaggiati, quelli che non hanno ricorso ad ausilii diversi dalla scuola – gli strumenti necessari per entrare nel mondo. I responsabili di questo auto-inganno vanno cercati a sinistra, e le intemerate contro questa parte politica che costellano L’aula vuota consuonano con quanto Galli della Loggia ha ripetuto nei suoi ultimi libri (cito da Credere tradire vivere): «diffusa attribuzione di una qualifica di classista a ogni cosa … esito non compromissorio dei conflitti sociali … apologia di metodi di autogestione e/o di democrazia diretta». Vero in gran parte, su un piano generale; ma sul piano dell’argomentazione puntuale si avverte spesso una foga eccessiva: onde giudizi troppo recisi là dove sarebbe stato opportuno un maggiore equilibrio (per esempio nelle pagine su De Mauro, i cui sensati argomenti vengono ridotti a macchietta estrapolando da Le parole e i fatti); onde l’attribuzione alla sinistra di un inesistente monopolio sull’istruzione («… avanzata del Partito comunista nelle elezioni del 1976, che non a caso è anche la stagione dei decreti delegati»: ma i decreti delegati – che a p. 123 vengono post-datati addirittura al 1978 – risalgono al 1974, ministero Malfatti). D’altra parte, i ministri dell’istruzione della Prima Repubblica, quasi tutti DC, non hanno fatto più danni di quanti ne hanno fatti i ministeri Moratti e Gelmini, che nell’Aula vuota non sono neanche nell’indice dei nomi. Politica a parte, su ognuna di queste prese di posizione, anzi su ogni pagina di questo libro, c’è da riflettere e da eccepire. Alla rinfusa. Il modello ‘liceo classico’ che Galli della Loggia ha nel cuore ha prodotto – oltre a esseri umani mirabili come Galli della Loggia e me – la borghesia più tronfia, retorica, provinciale, conformista e parolaia che il mondo civilizzato conosca. Di tante cose ha bisogno il sistema scolastico italiano salvo che di un’ulteriore iniezione di discipline umanistiche: semmai bisognerebbe ripensare daccapo l’intero insegnamento di queste discipline, che nel loro impianto storicistico sono ormai irrespirabili non solo per gli studenti ma anche per gli insegnanti. Chi sta in classe ogni giorno sa che parlare di lingua italiana, letteratura, storia e filosofia come si faceva due o tre generazioni fa non ha più senso: bisognerebbe avere il coraggio, più che la competenza, di cambiare quasi tutto, ma è un coraggio, un’autorevolezza che nessuno possiede. Che la colpa di tutto vada attribuita alla ‘pedagogia democratica’ è una semplificazione ingiusta: in mezzo alla tanta fuffa che si è sedimentata nei testi di legge, nei programmi e in troppa pseudo-pedagogia, da quell’area della cultura sono venuti, nei decenni, anche idee e provvedimenti benemeriti, sia nel senso della pratica scolastica sia nel senso dell’inclusione. Irridere la pedagogia è legittimo se si pensa alle fumisterie che hanno intasato questi decenni di dibattito sulla scuola, non legittimo se si pensa alla buona teoria e alla buona pratica pedagogica che pure hanno avuto corso nel secondo dopoguerra: sarebbe stato giusto distinguere. L’idea che bocciare di più, ‘come si faceva una volta’, possa produrre una scuola e una società più giusta non è una buona idea: bisogna inventarsi qualcosa di diverso (ma il libro non è e non vuole essere un libro propositivo). E quanto a don Milani, al quale Galli della Loggia dedica un capitolo molto originale e molto critico, non bisogna dare troppo peso alle tante cose ingenue o inapplicabili o proprio sbagliate che ha detto (e ne ha dette tante) ma riflettere su ciò che è stato, su ciò che ha dimostrato possibile: agli eroi non si chiedono né il realismo né la coerenza (ai loro fan sì, ma è un altro discorso). Più in generale, si chiude il libro con l’impressione che il problema della scuola, nel modo in cui lo inquadra Galli della Loggia, sia in sostanza il problema della democrazia in atto. Nell’ultimo mezzo secolo hanno avuto accesso alla sfera pubblica individui sommariamente scolarizzati e perciò esposti all’influenza delle tante agenzie educative che si sono affiancate alla scuola o l’hanno soppiantata. Questa rivoluzione culturale ha modificato radicalmente la forma e il linguaggio dei media, il mercato librario, la politica e, nell’ultimo decennio, la comunicazione sui social network. Per dirla con Kafka, è inutile chiudersi in casa: si è nella loro. Il disagio che molti di noi provano deriva in sostanza da questa inedita contraddizione: tra l’idea di cultura e di comunicazione culturale che abbiamo assorbito a scuola e all’università e le dinamiche culturali e comunicative di una sfera pubblica interamente democratizzata. La rivoluzione non poteva lasciare intatto l’ambiente nel quale la cultura si somministra. Certo, la risposta poteva essere diversa: ma dato che i mali di cui si lamenta, per lo più giustamente, Galli della Loggia sono mali genericamente occidentali, genericamente legati al processo di modernizzazione e democratizzazione (lo prova, a tacer d’altro, la sua bibliografia: Michéa, Allan Bloom, Gauchet), è probabile che la risposta italiana (crisi nella selezione, abbassamento del livello medio, perdita di autorevolezza dell’istituzione) sia stata, nei suoi modi stravolti, una risposta necessaria. Ernesto Galli della Loggia, L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola, Marsilio 2019.