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L’inglese è già qualcosa/2

di Claudio Giunta

[Domenicale del Sole 24 ore, 14 luglio 2013]

Io so esattamente cosa bisogna fare per difendere la lingua italiana, o meglio (dato che l’idea di difendere una lingua mi sembra bizzarra) per fare in modo che gli italiani la parlino e la scrivano meglio. Bisogna che a scuola le materie umanistiche vengano insegnate da persone che conoscono bene la lingua italiana. Niente di più di questo. Ma anche niente di meno di questo: nel senso che non c’è scorciatoia, scappatoia, surrogato. È, si capisce, un lungo processo, pieno di mediazioni, e in questo processo i congressi dei linguisti, le sentenze del TAR e i comunicati del ministro sono, per quanto la cosa possa spiacerci, irrilevanti.

La preparazione e la selezione degli insegnanti: conta solo quello. Li stiamo preparando e selezionando bene? Sono reduce da tre sessioni d’esame del TFA e la risposta è no: stiamo mandando in cattedra, oltre a molti bravi insegnanti, un numero considerevole di persone che conoscono l’italiano poco e male. Perché? Ho anche questa risposta. Perché siamo troppo lassisti nell’ammissione alle facoltà umanistiche, troppo generosi agli esami, troppo spaventati all’idea di privare qualcuno del sacro diritto di insegnare, e soprattutto perché in tutto il processo della formazione e della selezione hanno troppa influenza – un’influenza, mi pare, per lo più nefasta – i pedagogisti. È di questa multiforme catastrofe che dovremmo parlare, non delle lezioni in inglese al Politecnico di Milano.

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