Posted on

Su Deleuze vent’anni dopo

di Matteo Marchesini

Domenicale del Sole 24 ore, 27 dicembre 2015

millepiani_00

Buona parte del pensiero novecentesco ha relativizzato la metafisica e l’umanesimo, cercando di risalire a una loro radice rimossa. Questa radice non è un concetto - altrimenti sarebbe metafisicamente inquadrabile - ma una «soglia». E’, cioè, il contesto di senso che ogni discorso presuppone senza poterlo esprimere: l’essere dell’ente per Heidegger, ciò che si mostra ma non si dice per Wittgenstein, la barra che separa dalla Verità per Lacan… Anche Deleuze ha insistito su questo tema, come spiega Rocco Ronchi in un ritratto stringato e limpido (non era facile) uscito per Feltrinelli a vent’anni dalla sua morte. Per capire cos’è, secondo l’autore di Differenza e ripetizione, questa soglia irrappresentabile da cui emergono le rappresentazioni, Ronchi si serve di Peirce (caro al suo maestro Sini) e di Gentile.

Per un empirista radicale, annota, la realtà è un tessuto non di fatti ma di atti. I soggetti e gli oggetti, l’io e il mondo non sono essenze originarie, bensì risultati provvisori di eventi-soglie non oggettivabili e non personali, di un flusso di esperienza anonimo e assoluto. Qui è il nucleo del deleuziano immanentismo in movimento, nel quale Spinoza incontra Bergson, e al cui centro sta un Uno neoplatonico dinamizzato, che si dà solo nel proprio illimitato differenziarsi. Questa equivalenza tra monismo e pluralismo non contesta solo la metafisica classica, ma soprattutto Hegel. Deleuze rifiuta infatti di pensare la differenza a partire dalla negazione, che la riduce all’ombra di un’identità già data, e d’irreggimentare la molteplicità negli aut-aut (legge o infrazione, castrazione edipica o follia…). Il suo è un divenire antidialettico, tutto affermativo.

...Leggi tutto "Su Deleuze vent’anni dopo"