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Basta sedersi ad ascoltare

di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 4 marzo 2012]

C’è uno strano libretto di Georges Perec che s’intitola Mi ricordo e che contiene una lista di quattrocentottanta ricordi: cose, persone, eventi per la gran parte minimi, per niente memorabili, che Perec ripesca nella memoria e descrive in due-tre righe. Quando lo lessi, negli anni del liceo, trovai che per lo più erano ricordi molto futili, in particolare quelli che pescavano da un calderone pop anni Quaranta-Cinquanta – più che altro canzoni e film francesi – che a me non diceva assolutamente niente.

Adesso che ho quasi gli anni che aveva Perec quando scrisse il libro, capisco. Capisco, vedo la parte enorme che le canzoni e i film occupano nella memoria di un quarantenne. E capisco l’indifferenza di chi ha vent’anni di meno. È, insieme, la bellezza e la disgrazia del pop: basta lo scarto di una generazione, e quello che a voi spreme le lacrime dagli occhi a loro, ai più giovani, appare a malapena comprensibile. Ieri ho intervistato i miei studenti, venti-ventidue anni: per loro Dalla non è quello di Futura, è quello di Caruso; che è come dire «De Niro, quello di Ti presento i miei».

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