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Exit Renzi

di Claudio Giunta

Il Foglio, 30 giugno 2018

Senza escludere che possa avere un futuro, ne parleremo al passato. Mariano Rumor, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, laurea in Lettere all’Università di Padova nel 1937 con una tesi su Giuseppe Giacosa, non aveva, sui problemi dell’Italia, idee più raffinate o più profonde di quelle che aveva Matteo Renzi. E non le aveva neppure Emilio Colombo, Presidente del Consiglio dall’estate del 1970 al febbraio del 1972. E neppure le avevano Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, Giovanni Spadolini. Loro non ne sapevano di più, lui non ne sapeva di meno. Anzi, dato che Renzi, a differenza di alcuni di quelli che ho citato, ha lavorato nella politica e nella pubblica amministrazione sin dalla post-adolescenza, è probabile che l’eventuale deficit di esperienza, di conoscenza dei problemi, non vada messo a suo carico. Ma Rumor assomigliava al preside del mio liceo classico, un mite sessantenne torinese esperto di Tucidide, mentre Renzi aveva una somiglianza impressionante, sia nel fisico sia nell’atteggiamento sia nel linguaggio, con un tale che incontro spesso nella mia palestra di Firenze, un tale che in palestra ci va soprattutto per chiacchierare, per dire la sua, per lo più a vanvera, nei crocchi che si formano attorno agli attrezzi o negli intervalli tra un corso di aerobica e un corso di pilates. Non tutta, ma una parte considerevole della ripugnanza che molti – e anch’io all’inizio – nutrivano nei confronti di Matteo Renzi era dovuta a questa specie di pregiudizio estetico: un uomo politico serio dovrebbe assomigliare, nel fisico, nell’atteggiamento e nel linguaggio, più a Mariano Rumor (o a Enrico Letta) che al medio frequentatore delle palestre fiorentine. Dovrebbe evitare di indossare un giubbotto di pelle alla Fonzie per farsi fotografare sulla copertina del settimanale Chi; dovrebbe evitare – unico tra gli uomini di governo occidentali – di vuotarsi addosso un secchio d’acqua ghiacciata per sensibilizzare il pubblico sul problema della SLA; dovrebbe evitare di parlare l’italiano popolare che parlava Renzi, di infarcire i suoi discorsi di clichés, battutine da due soldi e slogan da imbonitore («Non gettare la palla in tribuna», «L’Italia deve fare l’Italia», «Un’Italia che sia leader e non follower», «Non ho paura dei giudizi, ho paura dei pregiudizi»), non dovrebbe salutare il vicepresidente americano col pollice alzato, offrire coni gelato nel cortile di Palazzo Chigi, fare jogging con la maglia della Nazionale di calcio, passare in rassegna le truppe dell’esercito in jeans e mimetica, citare una poesia di Borges che non è di Borges, scrivere su Twitter «Dal profondo del cuore: buona #festadellamamma», mescolare il serio della politica col faceto della cultura pop citando i cartoni animati di Mila e Shiro, gli amori tra Ridge e Brooke in Beautiful, le canzoni dei Muse, di Samuele Bersani («È bella la cicatrice che mi ricorderà d’essere stato felice»), di Ligabue («Non è tempo per noi»), di Caterina Caselli («Non ho l’età per essere senatore»), i telefilm della Famiglia Addams. Dovrebbe evitare, in breve, di comportarsi come si comportava Renzi, scrivere come scriveva Renzi, parlare come parlava Renzi, dire le cose che diceva Renzi, essere com’era Renzi, mettere su Facebook i suoi selfie, con quella faccina. Se all’espressione «linguaggio della politica» diamo, com’è giusto, il senso ampio di ‘modo di essere, di usare le parole, le pause, gli sguardi, i gesti, la prossemica’, è chiaro che i problemi che una parte degli italiani aveva con Matteo Renzi riguardavano non tanto, o non ancora, le sue idee politiche o la sua prassi politica, ma il suo linguaggio. È al linguaggio, non alla politica, che pensavano i suoi avversari quando, cinque o sei anni fa, domandavano ironicamente «ve lo immaginate Matteo Renzi a colloquio con Angela Merkel?». È intorno al linguaggio, non intorno alla politica, che ruotava la gran parte delle critiche che Ferruccio De Bortoli ha fatto a Renzi nei suoi editoriali del 2015: il «maleducato di talento», l’ego ipertrofico, il megalomane che parla di sé in terza persona, il premier «con la tendenza alla pinguedine». Il linguaggio, non la politica. Nessuno ha mai rimproverato a Mariano Rumor di non essere abbastanza snello. Da questi esempi si capisce dunque che la questione del linguaggio si precisava come questione di raffinatezza, di uso del mondo, di adesione al profilo ideale che persone come D’Alema o De Bortoli pensano debba essere il profilo di un Presidente del Consiglio: un profilo più simile a quello di Mariano Rumor, o del preside del mio liceo, che a quello del mio compagno di palestra. In questo profilo ideale entra come primo connotato la capacità di distanziarsi dalla società dello spettacolo e dalle arti pop. Nelle biografie malevole di Matteo Renzi ha sempre un posto di rilievo la notizia della sua partecipazione, a diciannove anni, alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno. Allo stesso modo, nelle biografie malevole di Berlusconi c’è sempre una linea di continuità che collega il fondatore di Forza Italia e il Presidente del Consiglio al cantante da crociera ventenne, con Fedele Confalonieri al pianoforte. Era un lavoro estivo, dunque se si vuole anche un segno di laboriosità, ma era un lavoro per istrioni, e in quell’istrione è sin troppo facile vedere i sintomi del futuro Grande Buffone. E allo stesso modo, in La canottiera di Bossi, Marco Belpoliti parla per due pagine del giovane Bossi che a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta tenta la carriera di cantante, «e gira per le balere con la sua band facendo il verso ai cantanti dell’epoca». Le balere, non le discoteche; fare il verso, non fare le cover: così uno può immaginarselo già in canotta bianca a vent’anni, mentre fa il gesto dell’ombrello. Partecipa anche al Festival di Castrocaro, ma con poca fortuna. Non solo cantante: cantante fallito. C’è qualcosa di diminuente, nel suonare o cantare in pubblico, o nel partecipare a un quiz televisivo, e non importa se lo si fa a vent’anni, quando tutti fanno o potrebbero fare di tutto, e anzi quando la tendenza ad astenersi, a pensare alla bienséance è spesso un cattivo segno, il segno di un carattere debole, poco simpatico, poco adatto alla vita. Il pensiero implicito, a volte esplicitato, è che Berlusconi, Bossi o Renzi fanno politica con lo stesso spirito con cui suonavano sulle navi, o partecipavano ai quiz, o «giravano per le balere»: per narcisismo, voglia di farsi vedere, precoce adesione ai requisiti della società dello spettacolo. «Un fatto di colore […], in un personaggio in cui il colore – ovvero lo stile, l’abito e i gesti, oltre alle parole – è tutto, riveste un ruolo significativo» (Belpoliti). Non essendo o non dovendo essere, la politica, un pezzo della società dello spettacolo, questa compromissione col pop è indice di poca serietà, di una confusione di piani che all’epoca di Mariano Rumor non sarebbe stata neppure pensabile. L’intrattenitore da crociera, il concorrente alla Ruota della Fortuna, l’aspirante cantante sarà a disagio, farà brutta figura – e la farà fare all’Italia – quando si troverà nel consesso delle persone serie. È un punto di vista comprensibile, ma l’impressione è che questa lezione intorno al buon uso del mondo rispecchi ormai un mondo che non esiste più. Vale a dire che la quantità del cambiamento indotto dai media (radio, TV, internet) potrebbe aver modificato la qualità del linguaggio politico in una misura tale da rendere anormali, invotabili, uomini come Mariano Rumor, e normalissimi e votabilissimi, invece, uomini come Matteo Renzi. Questa neolingua mondiale è l’idioma in cui parlano Hollande e i suoi ministri, quando per la campagna elettorale del 2012 (slogan: Le changement, c’est maintenant), si mettono a ballare agitando le mani in parallelo, con quello che gli anti-hollandiani hanno subito definito «un doppio saluto nazista orizzontale» (o anche, più crudi: «Une dans ta gueule, une dans ton cul»). È l’idioma del (molto più abile) primo ministro canadese Justin Trudeau, che si fa riprendere a torso nudo sul ring, o mentre balla danze indiane insieme ai membri della «India-Canada Association of Montreal», o mentre imita Luke Skywalker di Guerre Stellari in un centro commerciale (tre delle «19 things why the world has fallen in love with Canada’s prime minister Justin Trudeau», secondo l’Indipendent). Ma, per quanto pronunciato un po’ rozzamente, è anche l’idioma di Putin che fa judo, o cavalca a torso nudo, o va a caccia di tigri. E naturalmente è l’idioma di Obama, di molti uomini politici ma soprattutto dell’attore nato che era Obama, Obama che chiude il suo discorso davanti ai corrispondenti a Washington con un gesto e una frase – Obama out – che cita, allo stesso tempo, il cestista Kobe Bryant e i performer neri. Ed è anche, per tornare a casa nostra, l’idioma dei ministri degli Esteri della Nato che cantano in coro We Are the World alla fine di un summit ad Adalia, in Turchia, durante la crisi siriana. We are the World, in coro, nel bel mezzo della più grave crisi politico-militare nel Mediterraneo dalla Seconda Guerra mondiale… Non ha tutta l’aria di una cosa che, inimmaginabile non solo nella realtà reale, pre-pop, di Yalta 1945 ma anche in quella di Maastricht 1992, starebbe invece benissimo tra le pagine di un fumetto, i ministri degli Esteri della Paper-Nato della felice città di Paperopoli? Questa repentina deriva pop si può misurare facilmente sull’indice dei nomi dei libri scritti negli ultimi anni dai leader della sinistra italiana. L’indice dei nomi di Un paese normale di Massimo D’Alema, classe 1949, comincia così: Agnelli Giovanni Amato Giuliano Andreatta Beniamino Andreotti Giulio Barile Paolo Bassanini Franco Bassolino Antonio Berlinguer Enrico Berlusconi Silvio Bertinotti Fausto. Eccetera. Uomini politici, industriali, pensatori. L’unico nome pop, in tutto il libro, è quello di Luciano Rispoli, citato a p. 34, ma solo perché D’Alema era ospite della sua trasmissione il giorno in cui ricevette la Chiamata: «Giunse in studio una telefonata del presidente della Repubblica: mi informava che stava naufragando la formazione del governo. Luciano Rispoli, gentilissimo, mi mise a disposizione il suo camerino». Nato sei anni dopo, nel 1955, Walter Veltroni è l’Uomo della Transizione. Questa è la lettera A dell’indice dei nomi del suo La bella politica: Adenauer Konrad Agnelli Giovanni Almirante Giorgio Amato Giuliano Ambrosoli Giorgio Amendola Giorgio Andreotti Giulio Angela Piero Angiolini Ambra Arendt Hannah Argento Dario Augias Corrado E questa è la lettera P: Pavese Cesare Petrolini Ettore Piepoli Nicola Pisciotta Gaspare Platini Michel Popper Karl Prodi Romano Ma la Grande Contaminazione veltroniana – quella in cui si danno la mano Adenauer e Ambra, Pavese e Platini – è una contaminazione che insiste sull’asse del tempo, e che non oblitera la memoria dei padri: al contrario, la alona di nostalgia. Sono le figurine di Pizzaballa, ma vendute in allegato al giornale fondato da Antonio Gramsci. Invece nella mente di Renzi, classe 1975, c’è troppa realtà circostante, ci sono troppe cose del mondo di oggi perché resti spazio per altro. In Oltre la rottamazione, che è il libro programmatico del futuro Presidente del Consiglio, non si citano né Gramsci né De Gasperi né Togliatti né Moro, né La Pira, a cui pure Renzi è devoto. Non c’è quasi nessuno che sia morto; se c’è (Falcone), è perché viene adoperato come simbolo, come tropo. Ma ci sono l’allenatore del Manchester United Alex Ferguson, il rapper coreano PSY, i calciatori Balotelli e El Shaarawy, il presentatore perseguitato Enzo Tortora, la ex-pasionaria birmana Aung San Suu Kyi, il comico Maurizio Crozza, il manager Sergio Marchionne, il radiocronista Mario Ferretti, l’uomo-Facebook Mark Zuckerberg. Non c’è nessuno, non c’è niente per cui occorra la mediazione dei libri anziché quella della TV o dei social network. Anche questo, naturalmente, è un fatto di linguaggio – nell’accezione ampia di cui ho detto – che non può piacere a chi, soprattutto a sinistra, continua a essere convinto che un leader politico debba aver passato molte ore in biblioteca, e in sezione, e pochissime davanti alla TV, men che meno dentro la TV del pomeriggio. Ma è una convinzione da ancien régime; nel nuovo si tratta di adattarsi, più che a nuove regole, ad un nuovo campo di gioco. Qualche decennio fa Gore Vidal osservò che l’invenzione della TV aveva tolto ogni chance agli uomini politici brutti o menomati («Con la TV, Franklin Delano Roosevelt non sarebbe mai stato eletto»). La lezione di questi ultimi anni, anni in cui la forza di internet è venuta a sommarsi alla forza tuttora grande della TV, è un po’ più sottile. Ci sono chance anche per i brutti, o i non belli, anche se essere d’aspetto gradevole aiuta (basta guardare Obama, o Trudeau, o il macho Putin). Ma comincia a diventare intollerabile, elettoralmente intollerabile, quell’ascesi laica, quel volontario divorzio dalle trivialità della vita – e soprattutto dalla sua regione più triviale: la società dello spettacolo – che per generazioni ha rappresentato lo stigma dell’uomo politico degno di rispetto e fiducia, l’uomo di studi che si laurea con una tesi su Giuseppe Giacosa. E Gentiloni? E Conte? Ma questi nessuno li ha votati. Ce li siamo trovati lì, uno per prendere il posto del leader pop caduto in disgrazia e l’altro per dare un’allure borghese al governo del popolo. Al popolo piacciono i professori, la Cultura. Non gli economisti o gli ingegneri, che non sono cultura; ma i letterati, i filosofi, i giuristi che hanno fatto il classico e sanno ammobiliare i loro discorsi con citazioni farlocche da Dostoevskij trovate pescando a strascico in internet. Ma i frontmen del «governo del cambiamento» sono, in ogni cosa che dicono, in ogni cosa che fanno, esseri umani naturali, non toccati da nulla di più complesso di ciò che si studia in quinta superiore. Per quanto pensino di essere diversi da lui, l’indice dei nomi delle loro memorie sarà più simile a quello di Renzi che a quello di D’Alema. Difficilmente vi si troverà il nome della Arendt, mentre in entrambi si troverà quello di Lino Banfi, incontrato al ricevimento per la Festa della Repubblica – così le cronache: «Poi lo stesso Banfi ha raccontato di aver conosciuto Luigi Di Maio circa un anno fa: “Lui conosce tutti i miei film. E tu?”, ha chiesto al leader del Carroccio. E Salvini: “Certamente, so anche del 5-5-5”». À la guerre comme à la guerre? Bisognerà, anche a sinistra, trovare qualcuno che si sia formato sui film di Banfi, che si faccia i selfie con Barbara D’Urso con quel trasporto, quella naturalezza? Se n’era trovato uno: ma l’hanno bruciato, si è bruciato. A destra, o tra il ‘popolo’, non sussistono le stesse remore estetiche, la lezione del berlusconismo è stata assimilata senza patemi, e per esempio a una first lady quasi invisibile che insegna Lettere in un liceo di provincia, cioè una del popolo, sarà ovvio preferire Elisa Isoardi, prossima conduttrice della Prova del cuoco, cioè una che fa la televisione per il popolo. L’età dell’ibrido politico-mediatico-spettacolare, che si pensava declinante, è invece appena agli inizi: lunga vita alla nuova carne.