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Una poesia molto bella di Louise Glück, premio Nobel per la letteratura 2020 (dall’antologia “Lettere al futuro”)

di Claudio Giunta
Con Nora Calzolaio e Bianca Barattelli (e molti altri aiutanti, a cominciare dalla redazione di DeAgostini Garzanti Scuola) abbiamo fatto una antologia per il biennio delle scuole superiori. Si intitola "Lettere al futuro". La sezione che s'intitola "10 poesie molto belle, più una" si apre con una poesia (molto molto molto bella, infatti) di Louise Glück, che ha appena vinto il Nobel. Eccola, con un mini-commento molto didattico. Louise Glück, Nostos C’era un melo nel cortile – saranno forse quarant’anni fa – dietro, solo prati. Ciuffi di croco nell’erba umida. Stavo a quella finestra: fine aprile. Fiori di primavera nel cortile del vicino. Quante volte, davvero, l’albero è fiorito nel giorno del mio compleanno, il giorno esatto, non prima, non dopo? L’immutabile al posto di ciò che si muove, di ciò che evolve. L’immagine al posto della terra inarrestabile. Che cosa so di questo luogo, il ruolo dell’albero per decenni preso da un bonsai, voci che vengono dai campi da tennis – Terreni. L’odore dell’erba alta, tagliata di fresco. Quello che uno si aspetta da un poeta lirico. Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. Il resto è memoria. There was an apple tree in the yard -- this would have been forty years ago -- behind, only meadows. Drifts of crocus in the damp grass. I stood at that window: late April. Spring flowers in the neighbor's yard. How many times, really, did the tree flower on my birthday, the exact day, not before, not after? Substitution of the immutable for the shifting, the evolving. Substitution of the image for relentless earth. What do I know of this place, the role of the tree for decades taken by a bonsai, voices rising from the tennis courts -- Fields. Smell of the tall grass, new cut. As one expects of a lyric poet. We look at the world once, in childhood. The rest is memory. Louise Glück, Meadowlands, Harper Collins, New York 1996 [trad. C. Giunta]. L’autrice Louise Glück è nata a New York nel 1943, da genitori di origine ungherese. Nel 2003 ha ricevuto una delle massime onorificenze americane in campo culturale, ovvero la nomina a ‘Poeta laureato’ conferita dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Le sue poesie non sono molto note in Italia, ma esiste la traduzione di una delle sue prime raccolte, L’iris selvatico (Giano, 2003), che nel 1993 ha vinto un altro prestigioso premio statunitense, il Pulitzer. E adesso ha vinto il Nobel per la letteratura. Su YouTube si trovano alcune sue interviste e letture (in inglese). Il testo Una donna torna, dopo molti anni («saranno forse / quarant’anni fa») nei luoghi della sua infanzia. Ricorda il semplice paesaggio che vedeva dalla sua finestra quand’era bambina, e ricorda anche una circostanza bizzarra: l’albero davanti a casa che fioriva sempre, immancabilmente, il giorno del suo compleanno, come per dare un segno di persistenza, di continuità, mentre tutto intorno a lei si trasformava (e mentre lei stessa si trasformava, crescendo). Ora tutto è cambiato: la bambina è sparita, la voce che parla è quella di una donna matura. «Il ruolo dell’albero per decenni / preso da un bonsai» vuol dire forse che, una volta lasciata la campagna in cui ha vissuto da bambina, ha dovuto vivere in un appartamento in città, e qui accontentarsi di un albero in miniatura, uno di quei bonsai, appunto, che andavano di moda alcuni anni fa. Poi le voci di giocatori di tennis (i terreni coltivati che c’erano una volta sono diventati dei campi di gioco) la riportano al presente, ai rumori e agli odori (l’erba appena tagliata) che la circondano. Poi c’è una constatazione quasi ironica: tutto questo, questa natura, è, commenta, «quello che uno si aspetta da un poeta lirico». E poi ci sono i due versi finali, che – ed è questa la meraviglia di questa poesia – non sembrano avere nulla a che fare con quelli che li precedono immediatamente. Non stava descrivendo la casa della sua infanzia? Non stava parlando di giocatori di tennis? Che cosa vuol dire che «Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. / Il resto è memoria»? Forse che le impressioni dell’infanzia sono incancellabili? Forse che per quanto ci sforziamo non riusciremo mai a cambiare la visione delle cose che ci siamo fabbricati nei primi anni di vita? Inutile parafrasare: la bellezza di questi due ultimi versi sta proprio in ciò che suggeriscono senza dirlo esplicitamente, nella rivelazione che in una manciata di parole ci lasciano intravedere.