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Su “Tumulto” di Enzensberger

di Matteo Marchesini

Domenicale del Sole 24 ore, 7 maggio 2017

Immaginate uno scrittore sottile come Fortini e limpido come Calvino; uno scrittore che ha la souplesse diaristico-narrativa di Isherwood, e forse la sua distratta saggezza orientale, ma che al tempo stesso può gareggiare in virtuosismo poetico con Auden; uno scrittore, ancora, che ha ereditato la dialettica di Adorno e la satira di Kraus ma le traduce nella lingua piana di Orwell, intuendo che in un mondo di furori estremistici e astratti niente è più demistificatorio del senso comune. Questo formidabile ircocervo esiste, e si chiama Hans Magnus Enzensberger. Qual è il suo genere letterario? Difficile dirlo. Saggista in versi, Enzensberger scrive di storia e di filosofia attraverso il teatro, e nasconde il racconto dietro il reportage o l’apologo. Ma alcuni caratteri rimangono costanti. Il montaggio ‘brechtiano’, per esempio: mentre tutti si affannano a romanzare la cronaca, creando una enorme e indistinta bolla di fiction, lui esercita l’intelligenza analitica e narrativa nella scelta e nel sobrio collage di documenti, che così acquistano un valore di allegoria e di sintomo senza perdere la loro oggettività testarda, trasparente. Anche per questo, che rappresenti l’Occidente-Titanic o il malinconico declino europeo, i crimini italiani o le rivoluzioni in America Latina, Enzensberger si rivela sempre uno scrittore ecologico. Un altro suo procedimento tipico è il dialogo, l’animazione drammatica e processuale di contenuti altrove cristallizzati dall’accademismo teorico-ideologico o dall’enfasi letteraria. Entrambi i caratteri risaltano negli scampoli di prose e poesie che formano il suo ultimo libro tradotto in Italia, Tumulto (Einaudi). In questo zibaldone o Wirrwarr, l’autore mette in scena un ironico botta e risposta tra il sé stesso ottantenne di oggi e l’Enzensberger degli anni Sessanta, di cui propone qualche scritto “ritrovato”, a partire dal resoconto di un viaggio in Urss. Per il precoce maître à penser della rivista “Kursbuch” fu un decennio cubano, scandinavo, funambolicamente nomade. Correva dappertutto ma non si identificava con niente, nemmeno col ’68 berlinese che aveva contribuito a preparare: davanti ai movimenti tradì infatti la “mauvaise foi” dell’estraneo curioso, più antropologo che compagno. Sapeva che volontà e intelligenza delle cose sono spesso inversamente proporzionali, che basta un attimo per scivolare politicamente nel settarismo e culturalmente nel gergo pseudospecialistico: se non vengono usate come concetti euristici, “da gettare dopo l’uso”, le idee diventano subito dogmi ottusi. “Le mie difficoltà con le religioni, le filosofie e i sistemi ideologici: purtroppo non riesco proprio a credere che vengano presi sul serio”, scrive Enzensberger in un breve paragrafo. E poco dopo: “Molto amata è (…) la tesi secondo cui non esistono più gli individui, il nucleo della persona è diventato semplice apparenza. Facile capire quanto c’è di giusto. Tuttavia mi fanno pena quelli che la prendono per oro colato e se la bevono, con conseguente affanno e forte stimolo a tossire. Alienazione o no, ognuno può distinguere i suoi simili, non soltanto dal nome o dal berretto, ma dalla camminata, dalla voce, persino dai rumori che producono in cucina quando mettono sul fuoco il bollitore per il tè”. Enzensberger ha assorbito il meglio della cultura patria, ma si trova più a suo agio con l’immaginazione sociologica e l’empirismo anglosassoni, con i pamphlet e le divagazioni francesi di Diderot e Montaigne. E’ un tedesco agile, mercuriale, nemico delle idee fisse: altro quasi ossimoro, che fa di lui uno degli scrittori più necessari in questi anni fanatici.