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Il testo come un noir. Sul tabù degli errori d’autore

di Claudio Lagomarsini

Giugno 1991, Costa Azzurra. La aspettavano per cena nella villa della signora Koster, sulle alture di Mougins. Invece Ghislaine non si è presentata. L'indomani, i vicini di casa trovano il corpo dell'anziana signora – Ghislaine Marchal, ricca vedova di un industriale e sorella di un famoso legale che lavora nell'avvocatura del Ministero della Giustizia – con la testa fracassata da una trave di legno, nella cave à vin della sua villa.

Nella cantina c'è una porta bianca. Sulla porta è stata tracciata una scritta rossa. L'ha vergata un dito sporco di sangue. Dice: «M'a ucisa Omar» (Omar m'a tuer). Poco sotto un'altra scritta, ma interrotta: «Mi ha uc...». Arriva la polizia. Chi è Omar? Tra i vicini si fa avanti la signora Pascal: Omar è il giardiniere marocchino. È venuto il 23 giugno a lavorare nella villa della signora Pascal. Il 24 giugno Ghislaine è stata uccisa. Il 25 giugno il sospettato è rintracciato a Toulon, arrestato e messo in garde à vue.

Inizia il processo. Per l'accusa le prove sono schiaccianti: dall'Aldilà un dito insaguinato, quello di Ghislaine, fa il nome del proprio assassino, Omar Raddad. Un tipo strano che ha problemi di ludopatia ed è costantemente in bolletta. Eppure qualcosa non quadra. La difesa mette sul tavolo i propri elementi: nessuna impronta digitale sulla scena dell'omicidio, nessuna traccia di sangue rilevata durante l'autopsia sulle dita di Ghislaine (il cui corpo è stato cremato il giorno dopo l'autopsia stessa).

E poi c'è un quella scritta accusatoria. Che non torna per niente: «Omar m'a ucisa». Una ricca signora che fa errori grossolani... Altra pista: la donna di servizio di Ghislaine era stata sospettata di piccoli furti. E quella donna di servizio ha un amante, noto nella zona come Pierino il Pazzo (Pierrot le Fou): il signore ha un alibi? No. E se fosse stato lui a uccidere Ghislaine, per poi accusare Omar e depistare le indagini?

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