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Una nuova edizione dell’Aminta di Tasso

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 20 giugno 2021

Se si cerca nel Cinquecento italiano un poeta ‘leggero’, il nome che viene in mente non è quello di Tasso ma quello di Ariosto, l’Ariosto fantastico del Furioso o quello confidenziale delle Satire. Di Tasso uomo il lettore medio ricorda soprattutto la psiche tormentata, tra malinconia e follia, e di Tasso autore i toni nobilmente patetici della Liberata. La nuova edizione dell’Aminta curata da Davide Colussi (introduzione e commento) e Paolo Trovato (testo critico) offre l’occasione per tornare su un Tasso più solare e disimpegnato, e meno frequentato nelle antologie scolastiche. Composto a Ferrara nella primavera del 1573, rappresentato nell’estate dello stesso anno nell’isoletta di Belvedere, a beneficio dei della corte di Alfonso II d’Este, stampato per la prima volta nel 1580, l’Aminta è, quanto al genere, una favola o dramma pastorale, cioè un polimetro che si pone nel solco della tradizione bucolica greco-latina, già fortunatissima a Ferrara nel corso del Cinquecento; quanto al contenuto, è il resoconto di una storia d’amore. Il giovane Aminta ama la giovane Silvia, che ai piaceri dell’amore preferisce quelli della caccia, e lo respinge. I confidenti dei due ragazzi, Tirsi (che è Tasso déguisé) e Dafne, tentano di persuadere Silvia, ma invano: la ragazza è troppo orgogliosa. Ma ecco la peripezia: un «satiro villano» rapisce Silvia, la lega ad un albero, è sul punto di violentarla. Aminta arriva a salvarla, la libera, ma lei per pudore fugge nel bosco. Poco più tardi arriva la notizia che Silvia è morta, divorata da un lupo: sparito il corpo, di lei resta soltanto un velo insanguinato. Disperato, Aminta decide di uccidersi gettandosi in un burrone. Ma Silvia in realtà non è morta: provetta cacciatrice, ha prima ferito il lupo, poi è riuscita a fargli perdere le sue tracce. Le dicono che Aminta si è ucciso, lei si precipita, vuole almeno vegliarne il corpo: «quel ch’avanza, / viver voglio ad Aminta / e se non posso a lui, / viverlo al freddo suo / cadavero infelice». Fin qui è più o meno la trama di Piramo e Tisbe, ma c’è il lieto fine: Aminta si è sì gettato nel dirupo, ma la sua caduta è stata attutita dalle frasche: è ammaccato, ma vivo. Silvia, pentita dei suoi sdegni di un tempo, si dice innamorata di Aminta, di quell’amore, scrive Tasso, che nasce dalla pietà («La Pietà messaggiera è de l’Amore, / come il lampo del tuono»: gli antichi erano ingenui…). Si annuncia un matrimonio, dei figli. Sotto questa trama da favoletta si agitano motivi interessantissimi, parte relativi diciamo all’extra-testo (la rete d’allusioni alla vita di corte, con la lunga digressione di Tirsi-Tasso contro Mopso) e parte relativi alla sostanza ideale del testo: come il rimpianto della «bella età dell’oro» governata dalla legge «aurea e felice» secondo cui «s’ei piace, ei lice», l’età aurea che è stata guastata dal moderno culto dell’onore, che sostituisce gli obblighi della civiltà alla libertà della natura; o come le recriminazioni del satiro che, lui povero e foresto, accusa Silvia e con lei tutte le donne di venalità («e veramente il secol d’oro è questo, / poiché sol l’oro vince e regna l’oro»). Di questi vari motivi gli specialisti hanno dato, negli ultimi decenni, una lettura ideologico-politica che il lettore non specialista può serenamente ignorare. Nel rimpianto dell’età dell’oro bisogna forse leggere una protesta contro i rigori della Controriforma? E nel lamento del satiro affiora addirittura un’embrionale coscienza di classe? Può anche darsi. Ma era, innanzitutto, teatro, pensato e scritto per intrattenere un pubblico in cerca di svago, e i cortigiani ferraresi avranno apprezzato, quanto alla forma, il ritmo di certi dialoghi che sembrano anticipare i toni svelti del melodramma; e, quanto al contenuto, la splendida sensualità di certe scene, come il bacio rubato da Aminta a Silvia col pretesto della puntura di un’ape, o la non così casta Silvia che si guarda compiaciuta nell’acqua del lago, o Aminta che la vede nuda, legata a un albero con i suoi stessi lunghissimi capelli. Difficile trovare nella letteratura italiana, su questo registro, precedenti che reggano il paragone. Il commento di Colussi è tanto ricco da apparire qualche volta persino sovraccarico, per la densità dei riscontri intertestuali e delle osservazioni sul lessico. Alla fine della nota al testo Trovato sollecita il lettore ad abbandonarsi «al piacere di rileggere la stupenda favola del Tasso», e un commento tanto ampio non è che favorisca davvero l’abbandono. Ma, da un lato, questo è il destino dei classici, a mano a mano che la bibliografia critica si fa più fitta; dall’altro, il disimpegnato Aminta è in realtà un campione di poesia iper-colta, che contrae debiti con una quantità impressionante di modelli. La naturalezza tassiana distilla una tradizione letteraria plurisecolare, da Teocrito a Sannazaro, da Virgilio a Bandello, e il commentatore non ha scelta se non documentare come quella tradizione si sedimenti nella memoria del poeta: vedi per esempio la nota ai versi celeberrimi che chiudono il primo coro («Amiam, che non ha tregua / con gli anni umana vita, e si dilegua. / Amiam, che ’l Sol si muore e poi rinasce / a noi sua breve luce / s’asconde, e ’l sonno eterna notte adduce»), dove l’ovvio rimando a Catullo («Vivamus mea Lesbia…») si complica e arricchisce grazie alla riscrittura che di quel luogo avevano tentato i lirici del Cinquecento: qui, come in molti altri casi, il commento ai versi finisce per formare un piccolo repertorio dei topoi della bucolica rinascimentale. Il testo critico è nuovo, nel senso che tale non si poteva chiamare il testo dell’Aminta che leggevamo fino a ieri. La lunga nota che chiude il volume lo giustifica minutamente, discutendo le scelte ecdotiche con una chiarezza che si trova di rado in scritti di questa sorta («mi sono proprio goduto la recensio»: ecco una frase che non pensavo di poter scrivere), e con la competenza, non usuale, di chi è a suo agio nel maneggiare tanto la tradizione manoscritta quanto quella a stampa, tanto il metodo di Lachmann quanto la bibliografia testuale. Splendido lavoro, ancora più stupefacente se si pensa che in questi anni l’Aminta è stato, per Paolo Trovato, una specie di side business, il business reale, l’impegno più oneroso essendo quello della nuova edizione critica della Commedia di Dante, che uscirà tra qualche mese. Torquato Tasso, Aminta, a cura di Davide Colussi e Paolo Trovato, Einaudi 2021, euro 38.