Cultura e società

Il disastro dell’informazione in Italia

  di Claudio Giunta

Discussione del libro di Michele Loporcaro Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani, Milano, Feltrinelli 2005.

Che cosa sia oggi l’informazione televisiva in Italia lo si può capire facilmente alle sette meno e un quarto di un qualsiasi giorno feriale. A quell’ora, lunedì scorso a Studio aperto (Italia 1) si parlava di Totti e del suo gol ‘a cucchiaio’ nell’ultima partita coll’Inter. Ma l’occasione era buona per mostrare insieme al gol, per un paio di minuti, la fidanzata Ilary (sic) che – in visione rallentata e per due volte, in due distinte sequenze – saliva le gradinate dello stadio, il filmato delle nozze fra Totti e Ilary e altri fatti memorabili della coppia. Alla stessa ora, al TG2 c’era un servizio sull’Isola dei famosi: un gruppo di uomini e donne seminudi, su una spiaggia asiatica o africana, parlavano, litigavano, accendevano un fuoco. E alla stessa ora, su Canale 5, non c’era il telegiornale ma il programma ‘d’intrattenimento’ Verissimo, condotto da Cristina Parodi: e il discorso e le immagini riguardavano, non so dire di preciso per quale ragione, l’attrice Manuela Arcuri – in bikini.

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Libri

Il paese più stupido del mondo

  di Claudio Giunta

Ho scritto un libretto sul Giappone, l’Italia e altre cose che si chiama “Il paese più stupido del mondo” (Il Mulino, 14 euro). Il paese più stupido del mondo non è il Giappone, naturalmente. Comincia così:

Nell’inverno del 2008 mi hanno invitato ad andare per due mesi a Tokyo, aprile-maggio 2009, per fare due corsi all’università, la prestigiosa The University of Tokyo. «Mettiamo l’articolo per distinguerla dalle altre che ci sono in città», mi spiegano il giorno del mio arrivo. Ho accettato subito non per il prestigio (non c’è nessun prestigio, il prestigio è un’idiozia) e non per i soldi (pochi) ma perché (1) starci due mesi è l’unico modo per capire qualcosa del Giappone, cosa che probabilmente si può dire e si dice di qualsiasi luogo del pianeta, ma per il Giappone di più; e perché (2) volevo prendermi una vacanza dall’Italia, un paese in cui sembra che tutti quanti si siano messi d’accordo per fare ogni cosa alla cazzo di cane.
Q
uesto non piacevole aspetto dell’«identità nazionale» (non c’è nessuna identità nazionale, l’identità nazionale è un’idiozia) mi aveva spinto, negli ultimi anni, su posizioni non destrorse, oh no, ma diciamo di conservazione intelligente, posizioni fraintese da qualcuno dei miei amici meno benevoli come segno di involuzione, passatismo, misoneismo, e da qualcun altro addirittura come segno di stronzaggine. E insomma volevo, voglio un paese in cui al posto della sacrosanta libertà individuale non ci sia la licenza di fare tutto quel che viene in mente di fare, in cui il bene pubblico conti più del piacere privato, un paese con meno furbizia e più lealtà, più regole e meno illegalità, la repressione degli istinti al posto della loro mobilitazione da parte dei demagoghi, le buone maniere al posto della scortesia, le gonne sotto il ginocchio e via dicendo.
Insomma, la civiltà: una bella civiltà repressiva e funzionante. Non potendo tornare nella Vienna di fine Ottocento, il Giappone sembrava la realtà più prossima al mio sogno. E dunque.

Metterei anche il resto, ma l’editore non sarebbe contento.

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