Cose che riguardano l'Italia

Sull’immigrazione. Intervista a Giuseppe Sciortino

  di Claudio Giunta

[www.tamtamdemocratico.it]

Giuseppe Sciortino (Palermo, 1963) insegna Sociologia del mutamento nella Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Ha studiato a Bologna e alla Yale University; ha insegnato, oltre che a Trento, a Phnom Penh (sa il cambogiano) e alla Yale University. Insieme ad Asher Colombo ha curato la serie di volumi Stranieri in Italia per Il Mulino; è membro, tra l’altro, dell’Istituto Cattaneo di Bologna e del board delle riviste «Polis» e «Sociological Theory». Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con Gianfranco Poggi, è Great Minds. Encounters with Social Theory (Stanford University Press). Quelle che seguono sono sei domande ‘telefonate’ sull’immigrazione. Nel senso che ho cercato di far dire a Sciortino le cose che gli premeva dire, senza contraddirlo: anche perché non avrei la competenza per farlo; e anche perché sono d’accordo con lui praticamente su tutto.

1. Prima di dire quello che non va nell’approccio della sinistra all’immigrazione, vediamo quello che non va nell’approccio della destra. Possibile che l’unica  policy a cui si riesca a pensare, su quel versante, sia la repressione? Possibile che l’idea-guida sia quella di «essere cattivi coi clandestini» (Maroni)?

Ma la destra in questi anni è stata tutto salvo che repressiva e crudele. La crudeltà la si ritrova, in modo per altro piuttosto trito, nei disegni di legge e nelle interviste. E la sinistra regolarmente ci casca, si mobilita, s’indigna, evoca spettri epocali, poi perde e dimentica, regalando così alla destra una patente di rigore del tutto virtuale. I fatti stanno diversamente. È stata la destra a promuovere le sanatorie e i decreti flussi più generosi, a tagliare le spese per le espulsioni (che infatti non aumentano), a costringere i poliziotti a stare chiusi negli uffici a fare i travet di un’anagrafe parallela invece che a pattugliare le strade, a riconoscere lo status di protezione umanitaria ai giovani tunisini sbarcati a Lampedusa soltanto per toglierseli di torno. I fatti sono che nessuna delle misure repressive della Bossi-Fini ha mai prodotto gli effetti desiderati: alcune norme sono state rapidamente dichiarate incostituzionali (ed era praticamente certo sin dall’inizio che lo sarebbero state), altre sono risultate impraticabili (e si sapeva anche questo), altre ancora troppo costose (ed era addirittura scritto nella relazione tecnica che accompagnava la legge). Se oggi ci sono in Italia un po’ meno irregolari di qualche anno fa è solo per effetto della crisi economica e dell’allargamento ad est dell’Unione Europea. Non sicuramente per le politiche della destra, che si sono limitate solo a qualche dispetto, generalmente rivolto agli immigrati onesti. La realtà è che la destra non ha una politica per l’immigrazione, ma tira solo a campare facendo la voce grossa, senza  sapere nemmeno approntare un centro di detenzione decente. Più che la repressione, è la loro improvvisazione che fa paura.

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Istruzione

A chi mai può stare a cuore l’uguaglianza a scuola?

  di Claudio Giunta


[www.tamtamdemocratico.it – luglio 2011]

Una sera sorprendo me stesso – una persona mite, una persona che ha studiato – a tirare una ciabatta contro il televisore, mentre su La7 un deputato di destra e un deputato di sinistra parlano di scuola. Ma non la tiro mentre parla il deputato di destra. La tiro quando il deputato di sinistra interrompe una signora chiaramente non-abbiente e non-colta che si sta lamentando perché nella scuola media pubblica frequentata dal figlio, in una cittadina qualsiasi della cintura milanese, gli immigrati rallentano le lezioni perché non parlano italiano, o perché non studiano, o perché fanno casino. E dopo averla interrotta, il deputato di sinistra le grida “Razzista! Questo è razzismo! Lei è razzista!”. Parte la giusta indignazione della donna: “No, io non sono razzista! Dov’è che devo mandarlo mio figlio, eh? Me lo dice?”. Parte la giusta risata del deputato di destra: “Ma guarda che così finiscono per votarvi soltanto nei salotti, eh!”. Parte la ciabatta.
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Cultura e società

L’assassinio è qualcosa da evitare

  di Claudio Giunta

[Il Mulino online, maggio 2011]

In frasi come “Non possiamo sparare, per ora” (Castelli) e “Si possono usare anche le armi” (Speroni), quello che resta sfocato è il soggetto. Noi chi? Chi è il noi che dovrebbe, materialmente, sparare? Chi è il si che potrebbe usare le armi? Risposta: i militari italiani; o la guardia costiera; o la polizia italiana. Certamente non il senatore Castelli, né l’eurodeputato Speroni. Non ci sono loro dietro quei pronomi: dell’omicidio s’incaricherebbero altri.

Nel 1937, dopo un viaggio in Spagna, il poeta Auden (sommo poeta! A quando un Meridiano di Auden?) scrisse la poesia Spain 1937 in cui diceva tra l’altro: “Domani le corse in bicicletta / per i borghi, nelle sere d’estate. Oggi la lotta. / Oggi la ricerca deliberata delle occasioni di morte. / L’accettazione cosciente della colpa per l’assassinio inevitabile”.

In Nel ventre della balena, George Orwell (sommo saggista, ancora non abbastanza letto in Italia) commenta così questi versi: “La seconda stanza è una descrizione concisa di un giorno qualsiasi nella vita di un ‘buon membro di partito’. Al mattino un paio di assassinii politici, una frettolosa colazione di lavoro e un pomeriggio pieno di impegni, alla sera le scritte sui muri e la distribuzione dei volantini. Tutto molto edificante. Ma notate la frase “assassinio inevitabile”. Questo può essere stato scritto solo da una persona per la quale assassinio è al massimo una parola. Personalmente non parlerei in termini tanto lievi di assassinio. Si dà il caso che io abbia visto innumerevoli corpi di uomini uccisi, e non voglio dire uccisi in battaglia, ma proprio assassinati. Perciò ho la concezione di ciò che significa assassinio – il terrore, l’odio, le urla strazianti dei parenti, il post-mortem, il sangue, la puzza. Per me l’assassinio è qualcosa da evitare, ed è così per tutte le persone normali. Gli Hitler e gli Stalin ritengono necessario l’assassinio, ma non manifestano mai la loro durezza d’animo, e non usano mai la parola assassinare: usano liquidare, eliminare, o qualche altra suadente parola. Il tipo di amoralità di Auden è possibile solo se si è il tipo di persona che, guarda caso, non c’è mai quando viene premuto il grilletto”.

Chi ha visto ammazzare qualcuno non parla a cuor leggero dell’omicidio (né usa con facilità quegli eufemismi vigliacchi che sono sparare o usare le armi). Chi lo fa, ha di solito una ben misera esperienza della vita (e infatti queste frasi di solito stanno sulla bocca dei ragazzini un po’ gradassi), e soprattutto è sicuro che non toccherà mai a lui premere il grilletto. Immagino che molti simpatizzanti del senatore Castelli e dell’eurodeputato Speroni abbiano apprezzato le loro parole come prova di forza e risolutezza. Invece è viltà.

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Cose che riguardano l'Italia, Firenze

Arcobaleno

  di Claudio Giunta


Sull’associazione ‘Arcobaleno’ di Firenze

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Arcobaleno [PDF]

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