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L’OVI (Opera del Vocabolario Italiano) e lo spirito del tempo

di Claudio Giunta

[Domenicale del Sole 24 ore, 6 ottobre 2013]

È molto probabile che la cosa non interessi il famoso Grande Pubblico, ma all’Istituto dell’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), a Firenze, si sta lavorando da parecchi anni a un vocabolario dell’italiano antico. Vale a dire che si schedano testi e, dai testi, si cerca di capire che cosa significavano, ai tempi di Dante o di Petrarca, strane parole come pocca (unità di misura della lana) o parole meno strane ma ambigue come lanciuola (che era sì una ‘piccola arma da lancio’, ma anche uno ‘strumento per eseguire i salassi’, nonché ‘lo stesso che arnoglossa’: vedi, con un clic, arnoglossa).

Il vocabolario non è ancora finito ma, per la parte che si è fatta (una parte cospicua), lo si può consultare gratuitamente all’indirizzo www.vocabolario.org. È la più importante opera lessicografica in corso in Italia; ed è, più in generale, una meravigliosa impresa culturale: perché lo studio della lingua antica – oltre ad essere importante in sé – può illuminare infiniti aspetti della storia delle arti e del pensiero. Quando si parla di ‘ricerca in campo umanistico’ (e se ne parla spesso con perplessità) è a un’opera del genere che bisogna pensare (e ogni perplessità svanisce). L’OVI è stato diretto per circa vent’anni da Pietro Beltrami, che adesso torna all’insegnamento universitario, alla sua cattedra di filologia romanza all’Università di Pisa. Amici e colleghi di Beltrami si sono riuniti nella sede dell’Accademia della Crusca, la scorsa settimana, per ringraziarlo del lavoro veramente magnifico svolto in questi anni. È stata anche l’occasione per porsi un’altra volta la domanda – sempre attuale, e su cui è sempre giusto riflettere – ‘a che serve una cosa come il vocabolario dell’italiano antico?’. Questo è un tentativo di risposta.

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