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Pochi soldi, ben spesi

di Riccardo Viriglio

Il Movimento 5 Stelle m’incuriosisce da tempo, perché pone – talvolta a sua insaputa – questioni formidabili sul modo d’intendere oggi il funzionamento della democrazia e quindi la nozione stessa di democrazia o, se si vuole, attuare e dare un senso a quella disposizione della Costituzione secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49, Cost.).

La citazione non è casuale, perché credo (nel vero senso di credenza, forse ingenua, vista la lotta per la Costituzione degli ultimi vent’anni in Italia) che ogni discussione su questioni rilevanti per la vita pubblica debba essere ricondotta ai principi e alle regole poste dalla Costituzione repubblicana, che può avere un fondamento sicuro solo in questo modo, cioè grazie a questa consuetudine – quanto più possibile condivisa – o norma di riconoscimento secondo MacCormick, la quale orienta, anzi è essa stessa giudizio di ragion pratica.

Tutte le democrazie occidentali stanno attraversando un momento storico in cui i costi per le campagne elettorali hanno raggiunto cifre iperboliche, imbarazzanti, anzitutto negli Stati Uniti perché (è il caso più noto ed eclatante) nelle ultime elezioni presidenziali 2012 la cifra «overall spending» per Obama è stata pari a «$1,112,041,699», per Romney «$1,246,902,432» (fonte www.opensecrets.org dove potrete soddisfare le vostre più recondite curiosità sul finanziamento della politica americana). Proprio negli Stati Uniti la discussione addirittura infuria sui cosiddetti superpack, cioè organizzazioni indipendenti dai partiti per la raccolta di denari a sostegno di iniziative politiche dei partiti stessi (leggete J. Bennet, The New Price of American Politics, su The Atlantic on line, dove digitando la parola «superpack» sarete travolti da una fresca ondata di articoli, commenti, video). Quella discussione si svolge per definire regole più stringenti (maggiore trasparenza) o per accrescere la portata di fuoco di pack e superpack (più denari), ma anche per mettere in discussione sotto un profilo di etica pubblica il fatto stesso che così tanti denari – non importa se provenienti da privati e per cosa impiegati – debbano essere spesi per far eleggere un candidato o appoggiare una decisione pubblica.

In Italia – tranquilli, paciosamente seduti sui binari di un treno in arrivo – il fenomeno resta poco studiato e conosciuto, soprattutto perché è difficile da analizzare. Anzitutto la divulgazione dei contributi dai privati ai partiti (entità, nomi dei donatori) è rara, spesso rimessa al buon cuore degli interessati, cioè dei donatori e dei partiti stessi che spesso non indicano i dati per ragioni di riservatezza (sì, la privacy) dei donatori, i quali – appunto – non danno il proprio consenso alla divulgazione di questi dati. Vale poi per i contributi pubblici ai partiti soprattutto la regola dei rimborsi elettorali (un tanto al chilo, cioè al voto, bono et aequo), che – oltre la questione se i partiti debbano ricevere denari dall’Erario per la propria organizzazione – lascia in bocca il retrogusto amaro di un criterio da mercato ittico all’ingrosso (per norme e dati si veda questo dossier dell’Ufficio studi del Senato dove è riprodotto anche in traduzione italiana il Rapporto 2012 sull’Italia del Groupe d’Etats contre la corruption).

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