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Questi anni alla Fiat Chrysler

di Claudio Giunta

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È uscito dal Mulino il libro di Giorgio Barba Navaretti e Gianmarco I.P. Ottaviano Made in Torino? Fiat Chrysler Automobiles e il futuro dell’industria. Se ne è parlato, con Sergio Marchionne, al Festival dell’Economia di Trento. Ho fatto quattro domande a Giorgio Barba Navaretti.

A ripensarci, è strano quanto poco si parlasse tra noi della FIAT.

Abitavamo tutti, io e i miei compagni di scuola, tra il quartiere Santa Rita e il quartiere Mirafiori, a meno di un chilometro dalla fabbrica, e buona parte dei padri e delle madri lavorava in FIAT (non allaper la: in) o nell’indotto FIAT, per lo più come operai o quadri medio-bassi, perché erano quasi tutti immigrati dal sud, molti ormai, nei primi anni Ottanta, figli (e i miei compagni di scuola nipoti) di immigrati, ma tutti ancora meridionali nei redditi, negli accenti, nelle facce e, ovviamente, nei cognomi: Pichierri Barile Di Palma Beninato Giunta Lo Giudice (prima fila dal basso della foto di seconda media).

Della FIAT, nihil nisi bene: c’era Agnelli, lo stile-Agnelli, la Juventus, lo stile-Juventus, le colonie marine per i figli dei dipendenti, le attività ricreativo-culturali. Mio zio era iscritto alla Sezione Filatelia del Dopolavoro, morendo mi ha lasciato l’album dei francobolli. In gioventù, prima di fare il salto da colletto blu a colletto bianco, si era spappolato una mano sotto una pressa (e solo attorno ai vent’anni ho capito che la storia che in quel momento stava giocando – che in officina si divertivano a fare, sotto le presse, lo stesso gioco scemo che mio fratello faceva sul tavolo della cucina passando rapido la mano sinistra sotto un coltello senza taglio – era solo una bugia che mi avevano raccontato, una bugia per sdrammatizzare), ma l’incidente non gli aveva fatto cambiare idea: mio zio adorava la FIAT e tutto quello che le stava intorno.

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