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Su “Dubai. L’ultima utopia” di Emanuele Felice

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 26 aprile 2020

Anni fa ho scritto un libretto sul Giappone dopo esserci stato tre mesi, senza sapere una parola di giapponese, con praticamente zero contatti e senza muovermi quasi mai dalla zona Ueno-Shinjuku. Uno scemo di iamatologo (vulgo giapponesista) mi ha poi fatto osservare che era ben strano che lui che studiava il Giappone da quarant’anni non si fosse mai azzardato a scrivere un libro sul Giappone, mentre io che non ne sapevo niente… Ma naturalmente non è strano affatto, perché descrivere superficialmente le cose, e senza tanto capirle, è un modo interessante di descriverle, e il modo del quale il 99% degli esseri umani deve accontentarsi, perché è lì che si ferma la nostra esperienza di quasi tutti i luoghi che attraversiamo nella vita: in superficie. Pensare a quanti splendidi libri sulla Prima Impressione sono stati abortiti per lo sciocco desiderio di ‘andare più in profondità’… Dubai è una calamita per il viaggiatore-scrittore superficiale, perché è un posto chiaramente assurdo, e ci si va con lo stesso spirito con cui si va a Disneyland, o alla convention di Herbalife, o su una nave da crociera nei Caraibi. Si sa che Dubai fino a l’altroieri non esisteva, che come dicono tutte le prime pagine di tutte le guide turistiche, «qui una volta c’era solo sabbia»; si sa che la natura è stata non tanto addomesticata quanto abolita, irrisa addirittura (la più grande pista da sci coperta del mondo, sul tropico del Cancro!), che non si pagano le tasse; che l’energia che serve per far vivere Dubai basterebbe a far vivere… (aggiungere un comparatum iperbolico a piacere), che si costruiscono grattacieli di un chilometro in mezzo al deserto, che buona parte degli abitanti viene dal sud-est asiatico ed è soggetta a forme di lavoro semi-schiavile: sono le scure, minute signorine che vi accolgono con spugnette profumate nelle hall esagerate degli alberghi, sono i taxisti, i camerieri, gli sguatteri, giù giù fino ai lavavetri acrobatici che vedete sospesi sulla vostra testa, strofinanti, mentre voi vi tuffate nella piscina dell’albergo. In questo posto assurdo, proprio come a Disneyland o in crociera nei Caraibi, il viaggiatore-scrittore ci passa qualche giorno e poi va via, non sa bene cosa fare una volta visitato il Mall, fatta la gita nel deserto, mangiato il mangiabile; non ha contatti significativi con la gente che ci vive anche perché non sa l’arabo, e se è italiano ha seri problemi con l’inglese parlato, perché al liceo invece di fare conversazione in lingua ha studiato soprattutto la letteratura, gli autori. E c’è anche da considerare che a Dubai quasi nessuno è veramente di Dubai. Cioè, esistono i dubaini, i residenti figli delle famiglie residenti, ma sono pochi e irraggiungibili, e un buon numero in realtà vive in climi meno molesti, Europa o America, in un’eterna vacanza. Il genius loci, insomma, se anche c’è, è sfuggente, la ‘società stretta’, per dirla con Leopardi, è formata soprattutto da expat europei e americani che non ne possono più di sentirsi domandare dal turista di passaggio «Come si vive qui?», perciò rispondono «Come dappertutto», e girano le spalle. In più bisogna considerare che il viaggiatore-scrittore di solito ha fatto studi umanistici, ha letto dei libri, ha assorbito dei Valori, e questi Valori non sono compatibili col claim che sembra stampato a caratteri cubitali sui palazzi di questa Vigevano del Golfo: fare soldi, per fare soldi, per fare soldi. E poi è spesso anziano, dove anziano può anche voler dire avere quarant’anni, perché Dubai, come il Far West nell’Ottocento, è un posto da giovani, da spiriti animali, non da intellettuali meditabondi. Il viaggiatore-scrittore insomma guarda ma non fa, non agisce, la calamita non lo attira fuori ma dentro, nella sua suite a cinque stelle da 95 euro (nell’hôtellerie dubaina c’è una concorrenza da fare spavento), con vasca da bagno olimpionica raso-finestra da cui osserva scuotendo la testa le macchine che corrono sull’autostrada, quaranta piani più sotto. Che è una buona strategia per sopravvivere, ma forse non per capire. Così gli articoli, i reportage, sono spesso amari, risentiti, e altrettanto spesso tramati di una certa Schadenfreude, di attesa-speranza che questo incubo ad aria condizionata catastrofi sotto le sue contraddizioni: che cosa succederebbe se finisse l’energia per gli ascensori, per l’aria condizionata, in un paese in cui per 6-8 mesi all’anno non è possibile non dico sostare ma camminare all’aperto? E se scioperassero i camerieri, i cuochi, gli autisti di taxi e mini-van? Se il sud-est asiatico tutto si coalizzasse o più semplicemente riuscisse a offrire ai suoi figli un mestiere decente, e negasse i suoi schiavi agli emiri? Se l’Iran bombardasse? Se il turismo finisse? Se un virus contagiosissimo e persistente…? Ora esce per il Mulino un libro di Emanuele Felice, Dubai. L’ultima utopia, che inizia come un reportage, prosegue come un saggio (Felice è uno studioso di Storia economica) e finisce con una perorazione-caveat che ci ammonisce a ‘non diventare come Dubai’, cioè a non sacrificare i valori della democrazia liberale sull’altare del successo economico. La parte più interessante e istruttiva, davvero raccomandabile, è la seconda, perché Felice sa raccontare in modo appassionante questa incredibile success story, costruita non tanto sul petrolio (solo il 5% dell’economia dubaina) quanto, prima, sui proventi del portofranco, poi sui trasporti internazionali e sul turismo, ma soprattutto sulla volpina politica di alleanze della dinastia al-Maktoum, tuttora regnante: con i vicini di casa, gli emiri di Abu Dhabi, e con gli Stati Uniti, che negli Emirati hanno una base militare. Quanto alla perorazione progressista del capitolo finale (Il futuro), chi mai vorrà preferire il «liberismo senza democrazia» di Dubai al sinolo ‘economia di mercato + liberalismo’ che ha benedetto l’Europa nella seconda metà del Novecento? Però, quanto al metodo, è sempre sorprendente vedere con quanta facilità si dimentichi che per decenni i ‘veri progressisti’ (tra loro il qui pluricitato Pasolini) hanno maledetto proprio quella formazione politico-economica che ora si rimpiange. E, quanto al merito, nella ricchissima bibliografia del libro di Felice manca il secondo migliore reportage dagli Emirati che io abbia letto, La nuova Mecca di George Saunders (il primo è Il canto del diavolo di Siti, che però parla soprattutto di Siti). A un certo punto, il reporter superficiale Saunders torna in albergo dopo una frastornante giornata tra mall e fontane zampillanti, e ha la Rivelazione – la trascrivo come amaro promemoria per ogni futura discussione su ‘capitalismo e democrazia’: «L’uomo è una gioiosa macchina che vende e compra. Ho sbagliato, ho sbagliato di grosso a condannare il consumismo. Il consumismo è connaturato nell’uomo. È, in un certo senso, un sacro impulso. L’uomo è un essere che insegue gioiosamente le cose, le porta a casa e poi inizia subito a fare piani per accumularne altre. L’uomo è un essere che desidera migliorare la propria sorte».