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C’è bisogno degli Asini

di Claudio Giunta

[www.internazionale.it]

Sul modo in cui bisogna o non bisogna insegnare a scuola non si trova, nei media, un dibattito ampio e approfondito quanto la serietà dell’argomento richiederebbe. E nemmeno un dibattito commisurato alle trasformazioni che l’insegnamento ha vissuto negli ultimi decenni, senza che di queste trasformazioni avessero notizia coloro che vivono al di fuori del mondo della scuola.

Personalmente, non ho le idee chiare, e diffido di chi ce le ha. Da un lato, è chiaro che non è più possibile, oggi, insegnare come si è fatto in passato, sia perché bambini e ragazzi sono cambiati immensamente, sia perché i mezzi di comunicazione hanno trasformato il modo in cui si legge, si studia, si attingono e comunicano informazioni, sia perché un’obsolescenza accelerata sembra aver travolto oggetti sino a ieri fermi, solidi, indiscutibili come il latino, le guerre d’indipendenza, Torquato Tasso.

Dall’altro lato, non sono per niente convinto che di questa Grande Trasformazione si possa e si debba far carico la pedagogia che ho visto in azione durante la mia esperienza in alcune commissioni di Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per la selezioni degli insegnanti, o quella che leggo ogni tanto nelle riviste specializzate, le riviste prodotte da dipartimenti universitari nei quali – da parte di persone che, si suppone, sanno con certezza come si fa – s’insegna a insegnare. Ho sentito e letto molta aria fritta comunicabile in tre righe travestita da Teoria e diluita in cinquanta pagine; e molto gergaccio repellente, di quello dettato dalla paura, che permette a chi lo adopera di non dire mai veramente come la pensa (se pure pensa).

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