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Leopardi non era pessimista. Sulla formazione degli insegnanti di italiano

di Clizia Carminati

Internazionale online

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Leopardi usa una sola volta la parola “pessimismo”, nello Zibaldone, e al negativo. Eppure, digitando in Google “Leopardi pessimismo”, escono 683mila risultati. Il primo sito della lista è Wikipedia, il secondo “Tutto Leopardi in 10 pillole”. Tutti gli studenti o quasi sanno che Leopardi attraversa varie “fasi di pessimismo” (quando va bene), o “vari pessimismi” (quando va male, perché “pessimismo” non ammette plurale): individuale, storico, cosmico; seguite (le fasi) da una quarta eventuale, nota solo ai più preparati: quella del “pessimismo eroico”. Peccato che questa vulgata non sia che il distillato di una tradizione critica ormai assimilata (e propinata) senza più leggere quel che ha scritto Leopardi. L’esigenza (o ossessione) di semplificare e rendere pronto all’uso, spendibile (“in termini di conoscenze, competenze, abilità”, come recitano gli “obiettivi formativi”), ciò che è per sua natura complesso, cioè un testo letterario, ha prodotto una incomprensibile tendenza a prediligere lo studio della “critica”, quella che tecnicamente si chiama “bibliografia secondaria”, rispetto alla lettura diretta dei testi, o “bibliografia primaria”.

Alcuni esiti recenti del concorso di ammissione al TFA (Tirocinio Formativo Attivo) sostenuto da coloro che oggi aspirano a una cattedra di italiano nella scuola secondaria superiore possono essere un utile punto di partenza per valutare lo stato della nostra università (e, prima, della scuola superiore medesima) negli ultimi anni. Si viene così a constatare che persino i laureati in Lettere, messi di fronte a una notissima poesia leopardiana (“Alla luna”), sono imbattibili nello snocciolare i tre pessimismi, ma non capiscono il significato letterale dei testi di Leopardi. Non sanno che cosa significano le parole che Leopardi ha messo insieme, andando a capo ogni tanto.

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