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Zalone come pretesto e come machete

di Matteo Marchesini

Sartre 3

Forse l’aggettivo che più si adatta a Checco Zalone è “efficiente”. Un comico di efficienza robotica, ecco chi è l’imitatore di Zelig e l’autore di Quo vado?. La sua verve è grevemente intelligente e intelligentemente greve: non c’è nulla, nei suoi sketch, che non vada a finire in “pugnette”, e al tempo stesso non c’è “pugnetta” che non sia evocata in modi quasi concettosi. Perciò, malgrado l’ossessivo Leitmotiv, Zalone non ha affatto i tratti della maschera, né la corporalità sordida, ambigua, del comico fisico: è invece tecnico, freddo, senza ombra. Non conosce punti di fuga verso l’alto o verso il basso, non si vuole né caratterista né mattatore. Il suo modello non sta in qualche sepolta commedia dell’arte paesana, ma è una perenne festa delle medie dove la mania del righello conta almeno quanto il suo uso fallico. Appena sotto la finta, occhiuta svogliatezza, rivela infatti una irriducibile tendenza tassonomica che lo rende schematico, dimostrativo: tra un gesto e l’altro, tra una sequenza e l’altra, lascia sentire l’ingessatura da scaletta, lo scatto forzato dell’ingranaggio.

Però, al suo interno, ogni scena funziona piuttosto bene. E in questi casi (lo si ricorda a chi le analizza astrattamente) non va mai considerato decisivo il livello delle battute, perché anche quando appare così scritto, il comico che recita vince per i toni e soprattutto per i tempi, non certo per i “contenuti”. In Quo vado?, il risultato è allora un compromesso riuscito tra il cinepanettone e la commedia “asettica”, né raffinata né sguaiata, che in Italia vien fuori invece quasi sempre scialba (vedere i volontaristici travet Aldo Giovanni e Giacomo). Alla temperatura zaloniana diventano interscambiabili grevità e scrupolo di galateo, ammicco culturale e anticulturale, intercalari da bar e satira dei costumi; e lo stesso vale per la giustapposizione di gag e la geometrica economia della trama, amalgamate da un uso astuto, anche se un po’ telefonato, dell’immaginario televisivo (l’iperbole ironica trasformata in situazione di fatto - l’impiegato nella neve, ecc. – non discende direttamente dalle comiche classiche, ma piuttosto dal retroterra di chi è cresciuto con gli spot della Bistefani, dove all’attore che grida “ma chi sono io, Babbo Natale?” spunta di colpo una barba bianca).

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