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De profundis per la versione della maturità?

di Mariangela Caprara

Il Sole 24 ore, 30 gennaio 2019

Non c’è nulla da rimpiangere: saper tradurre un testo di 20 righe in greco antico o in latino, con il vocabolario, in un arco di 4 ore, era un obiettivo ben misero per un corso di studi della durata di 5 anni, con un monte orario settimanale più che abbondante per le lingue antiche (al biennio: 5 ore latino, 4 ore greco, 4 ore italiano). In più, i brani di versione assegnati agli studenti negli ultimi anni sono stati inutilmente punitivi: una ragione delle scelte assai peregrine all’interno dell’opera di Aristotele può essere stata quella di evitare le scopiazzature; oppure, come molti hanno argomentato in più occasioni, lo scopo di tanto sadismo era stigmatizzare l’inutile difficoltà degli studi classici, per tenerne lontani gli studenti. Ma la serietà di un insegnamento deve stare nel percorso, prima che nella prova finale che ne accerti il felice compimento. Il percorso del liceo classico è sicuramente impegnativo e, per questo stesso, formativo. Il suo valore specifico però, a mio avviso, deve consistere nella costruzione profonda di un senso storico, nella pratica quotidiana di una sottomissione, attraverso la traduzione, all’onere della prova. Il liceo classico, cioè, proprio attraverso lo studio delle lingue antiche è un potente antidoto contro la ‘fuffa’, perché ostinatamente cerca la prova testuale di ogni affermazione e non fa costruire parole in libertà, richiedendo la puntuale adesione ad una fonte. Dunque, i brani di versione non possono essere concepiti solo come esercizi di ginnastica mentale, per dimostrare che, come con la matematica, anche col greco e il latino si impara a ragionare. La traduzione non è nemmeno solo esercizio ed eventuale sfoggio di abilità retorica, perché di abitudini retoriche nell’argomentazione ne tramandiamo già abbastanza nella scuola italiana, dove gli studenti, soprattutto del classico, hanno spesso i peggiori vizi della peggior sofistica antica. Piuttosto, la tensione linguistica gigantesca a cui un giovane traduttore dal greco è sottoposto non ha pari per la ricaduta finale nel dominio della lingua italiana, ma in un modo che definirei terapeutico, cioè anti-retorico e lingusiticamente purificatore, nonché ottimamente propedeutico alla ricerca storica e filologica più seria e hard. In finale, i brani di versione sono eminentemente fonti. Di fatto, nel triennio il percorso del liceo classico si concentra molto sulla conoscenza della storia letteraria della civiltà greco-latina, e la storia antica tout court è studiata, sin dal biennio, ad un livello molto approfondito. Non è quindi fuori dal mondo lo spostamento dell’asse sulla conoscenza non solo meccanica della lingua, come formulato nelle intenzioni ministeriali che sono state rese note a dicembre scorso: la nuova prova dell’esame di stato, della durata complessiva di 6 ore, si articolerà in un primo momento di traduzione di un testo in prosa non esteso (10-12 righe), tratto da uno degli autori elencati nelle Indicazioni Nazionali e inquadrato in una cornice in lingua italiana che ne permetta la contestualizzazione storico-letteraria; il secondo momento consisterà nella risposta a tre quesiti «relativi alla comprensione e interpretazione del brano, all’analisi linguistica, stilistica ed eventualmente retorica, all’approfondimento e alla riflessione personale». La modalità di presentazione del brano da tradurre, dichiaratamente facilitante, ha suscitato forti polemiche. L’impressione è che il momento della traduzione sia vistosamente svalutato rispetto a quello del commento: la cornice posta intorno al testo in greco o in latino sembra infatti offrire ben più che un appoggio allo svolgimento dei tre quesiti. Questi, per fortuna, potranno anche essere trasformati in una trattazione continuata, purché in essa lo studente esponga quanto richiesto. Malgrado questa impressione negativa, si può immaginare che uno studente molto bravo e appassionato di civiltà antica troverà grande soddisfazione proprio in questa possibilità: redigere un commento filologico e storico-critico con tutti i crismi. Lo studente non molto versato invece non cesserà di apparire tale, perché anche in 12 righe si fanno errori di lingua. Lo studente mediocre riempirà le risposte ai quesiti di formule apprese a memoria sullo stile di Aristotele, o di Seneca, non c’è dubbio, come accade quando si fa un tema su Leopardi e lo studente attacca con i “tre pessimismi”. Ma nessuno potrà vestire facilmente le piume del pavone, magari copiando la versione, come finora è potuto accadere. Nel complesso credo davvero che non ci sia nulla da rimpiangere. Però, come si dice, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. E la catastrofe era dietro l’angolo. Ieri (29 gennaio) Federico Condello su Repubblica ha giustamente gridato allo scandalo: un’ansia patologica di innovare ha prodotto la scelta ministeriale (annunciata sì a dicembre, nei quadri di riferimento, ma assolutamente prematura) di sottoporre  già quest’anno gli studenti ad una prova in cui vengono affiancati un testo da tradurre e un testo già tradotto, uno dall’ambito greco, l’altro da quello latino; per di più, nei fac-simile della prova, diffusi decisamente tardi, sono stati allestiti mostruosi abborracciamenti pseudo-storici e pseudo-linguistici nella sezione dei tre quesiti. Ma la catastrofe non si limiterà a questo. Un grosso problema è che la correzione di questo tipo di prove, malgrado la diffusione di una griglia di valutazione abbastanza chiara, impegnerà i docenti di latino e greco in un modo nuovo, non strettamente tecnico. Si spera che non vengano formulati giudizi troppo soggettivi, o troppo severi, o troppo morbidi sul contenuto delle risposte ai quesiti. Un altro problema, ancora più serio, è l’estensione del canone degli autori greci e latini nelle Indicazioni Nazionali. Se infatti non si restringe questo canone in vista della prova finale, il rischio di incorniciare la traduzione in un’infarinatura storico-letteraria diventa elevatissimo. Ho già formulato tempo fa una proposta in tal senso, e qui la ripeto con convinzione ancora maggiore: all’inizio del IV anno vengono indicati, anche tramite sorteggio, gli autori e perfino le opere da cui potrà essere estratto il brano da tradurre e commentare, restringendo drasticamente il canone. Naturalmente bisogna abbandonare una visione della cultura cara ai licei italiani, ossia quella del percorso cronologico ed enciclopedico. A me non sembra un scandalo se per due anni si leggono in lingua originale e si commentano estesamente solo tre/quattro autori in prosa  e altrettanti in poesia, purché significativi all’interno della tradizione (quindi non Eroda e i suoi Mimi, per capirci). La rosa può e deve variare di anno in anno. Certamente si perde il percorso cronologico, ma ci si può guadagnare molto nella prospettiva di un serio sviluppo delle conoscenze linguistiche, retoriche, stilistiche e, non da ultimo, storiche, costruendo un metodo che sarà sempre valido di fronte ad ogni tipo di testo. Insomma, se si deve privilegiare la lingua, allora non si possono far annegare gli studenti in manuali di storia letteraria pieni di brani (anche di Eroda) con il testo a fronte, affinché si sappia almeno qualcosa di tutti gli autori. Altrimenti, ed è il rischio che si corre adesso, ad essere verificata nell’esame di stato sarà l’infarinatura manualistica che ciascuno studente avrà, anche con molto stress, imparato a memoria. Insomma, la temibile ‘fuffa’. Che proprio no, non è roba da liceo classico.