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L’università italiana non prepara al lavoro?

di Edoardo Lombardi Vallauri

Il Mulino, marzo 2016

Che l’università debba preparare al lavoro è un luogo comune. Anzi un tormentone, un mantra, una sentenza, ripetuta dalle fonti che in questo paese hanno in assoluto più ascolto, e cioè le Aziende. Le sacre aziende, che siccome la ricchezza la generano loro, hanno sempre ragione. E se non vogliamo diventare poveri, bisogna fare tutti come dicono le aziende.

Già, ma ultimamente le aziende di ricchezza ne generano meno dell’auspicabile. Ebbene, l’università, che deve generare sapere e saper fare, ne genera anche lei così poco? Perché le aziende, per non prendersi la colpa del fatto che non riescono più a produrre ricchezza, hanno inaugurato il sistema ben noto dello scaricabarile: la colpa non è nostra, dicono, ma – fra gli altri cattivi – della scuola e dell’università, che non preparano i giovani per il lavoro.

A che lavoro dovrebbe preparare l’università? Basta bazzicare il mondo aziendale molto meno di quanto lo bazzico io, che ci tengo corsi da vent'anni,  per sapere che non solo in ogni azienda si fa un lavoro diverso, ma che in ogni comparto di una stessa azienda si fa un lavoro diverso; e anzi, in ogni stanza dello stesso comparto della stessa azienda si fa un lavoro diverso. Il risultato è che anche se uno proviene da un’altra azienda dello stesso settore, e perfino se viene da un’altra stanza della stessa azienda, ovviamente dispone delle basi di conoscenza generali e di buona parte di quelle specifiche, compresa una notevole esperienza pratica, ma per qualche mese deve imparare la specifica cosa che farà nella nuova posizione. La diversità dei compiti nel mondo del lavoro è tale, che pensare di prepararsi per il lavoro implicherebbe di indovinare in che stanza di che azienda si lavorerà. Salvo che poi dopo un anno e mezzo si verrà spostati ad altro incarico, e bisognerà dedicare qualche mese a imparare quello.

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