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Su “La felicità in America” di Enrico Deaglio

di Claudio Giunta

[Domenicale del Sole 24 ore, 1 dicembre 2013]

Enrico Deaglio frequenta gli Stati Uniti da trent’anni, e nel libro La felicità in America (bel titolo; brutta copertina) raccoglie alcuni degli articoli che ha scritto per giornali e riviste italiane, e soprattutto per l’ottimo «Diario della settimana», dove per un decennio si è fatto ciò che – scontato all’estero – sembra impossibile fare in Italia: una rivista di reportage lunghi e documentati non necessariamente legati all’attualità politica.

‘Raccogliere’ non è veramente il verbo giusto, perché Deaglio ha rielaborato e aggiornato tutto il suo materiale ricavandone dei capitoli che parlano della Silicon Valley, dell’epidemia di AIDS negli anni Ottanta-Novanta, degli anarchici italiani in America, delle lotte sindacali, delle prigioni americane e della vita negli stati del sud. La fusione incrocia deliberatamente i piani temporali: nel capitolo sull’AIDS, per esempio, si alternano paragrafi datati 1983 (inizia la psicosi collettiva) e paragrafi datati 2011 (l’AIDS è stato addomesticato, almeno in Occidente). L’espediente è spesso efficace, non solo perché uno vede come è andata a finire ma anche perché ha modo di misurare la vanità delle vite umane, che passano in un lampo (chi si ricorda dell’anarchico Carlo Tresca? E chi sa perché la Emmett Till Highway si chiama così?), e la persistenza dei luoghi, che di quelle vite conservano traccia. Deaglio è un intelligente visitatore di strade, case, cimiteri sfiorati dalla storia, e alcuni suoi sopralluoghi, e i suoi dialoghi con i sopravvissuti e con gli eredi, sono commoventi.

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