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Su «Filologia e linguistica dell’Italia unita» di Alfredo Stussi

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 4 maggio 2014

Nella seconda metà dell’Ottocento – timidamente prima dell’Unità, con slancio dopo – l’università italiana si rinnova e si aggiorna. Il rinnovamento passa attraverso l’assunzione in ruolo di giovani studiosi che per merito o per censo hanno avuto l’opportunità di perfezionarsi nelle grandi università europee. L’aggiornamento passa attraverso lo studio e l’imitazione di ciò che veniva pensato e scritto in Francia, Gran Bretagna e, soprattutto, Germania.

Questo fenomeno interessò tanto le scienze quanto le discipline umanistiche. In un libro molto importante uscito qualche anno fa, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia, Lucio Russo e Emanuela Santoni hanno descritto, tra l’altro, il panorama della scienza italiana nell’età del Risorgimento, e hanno mostrato come il rinsaldarsi, in quel periodo, dei rapporti con gli scienziati francesi e tedeschi abbia contribuito in maniera decisiva ai futuri successi italiani nella matematica e nelle scienze della vita. Sono contatti personali che seguono i viaggi d’istruzione che i giovani accademici compiono all’estero, o i soggiorni di grandi scienziati stranieri in Italia (Riemann è alla Normale di Pisa nel biennio 1863-65); ma diventano presto rapporti di scuola, rapporti tra istituzioni, perché al di là delle iniziative dei singoli le università italiane cominciano a trasformarsi in poli di ricerca visibili, se non ancora attrattivi, nel quadro internazionale.

A questo progresso nella scienza corrisponde – come documentano Russo e Santoni – un progresso nell’impegno civile e politico degli scienziati, che diventano senatori, ministri, direttori generali nei ministeri: «L’impegno politico degli scienziati, prima nelle lotte risorgimentali e poi nel lavoro legislativo e amministrativo necessario sia per la costruzione delle strutture didattiche e scientifiche nazionali sia per contribuire al progresso civile del paese, è un aspetto essenziale della loro azione (che gli accademici di oggi hanno spesso difficoltà ad apprezzare)».

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