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Un’educazione islandese

di Claudio Giunta

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Sigurdur Pétursson, Siggi per gli amici (una categoria che, data la sua innata giovialità, comprende un numero esorbitante di persone, comprenderebbe anche voi pochi secondi dopo la prima stretta di mano), ha insegnato Letteratura Neolatina all’università d’Islanda. Da un anno è in pensione. Lo incontro nella sua casa di famiglia, sul lungomare di Reykjavík. «È nostra da più di 250 anni». Fino a due generazioni fa era ancora una piccola fattoria: sul prato che separa la casa dal mare pascolavano le mucche, qualche cavallo. Oggi gli animali non ci sono più, e la zona si è gentrificata. Siggi mi indica la nuova villa del vicino, un centinaio di metri più in là. «Una persona molto benestante. Possiede tre o quattro supermercati a Reykjavík». Lo dice senza malizia e senza ammirazione: come se la ricchezza dei nuovi ricchi fosse una cosa che, semplicemente, accade, e buon per loro.

All’esterno, la casa di Siggi avrebbe bisogno di qualche rammendo, di una mano di vernice. All’interno è una casa-museo ripiena di meravigliosi cimeli di famiglia (di parecchie famiglie, in realtà) e di oggetti – quadri, statue, libri – che Siggi ha comprato durante i suoi viaggi in Europa o su catalogo. Sul tavolo del soggiorno ci saranno una trentina di album pieni di fotografie. Sono foto di famiglia: dagli incredibili dagherrotipi della trisavola danese ai ritratti dei nipotini. Ma dall’insieme viene anche un’idea degli ultimi centocinquant’anni di storia islandese. (Due uomini che sfogliano insieme vecchi album di fotografie. A un certo punto di Fedeli a oltranza, Naipaul descrive una situazione simile, ed è una scena di una tristezza scorante, che non ho più dimenticato. Nel nostro caso è stata una delizia, tra l’altro perché Siggi è troppo intelligente per essere nostalgico).

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